ROMA – Nel sud del Libano, che affronta l’ennesimo conflitto con Israele, una quindicina di villaggi di circa 9mila persone resiste all’avanzata dei blindati e dei bulldozer israeliani: sono le comunità cristiane dei comuni di Rmeich, Ain Ebel, Debel e Qlayaa, la cui esistenza pone un duplice problema per il governo del premier libanese Nawaf Salam, apparentemente inerte di fronte al piano israeliano di occupare le regioni meridionali fino al fiume Litani. L’esercito – che oggi presenta il piano alle autorità israeliane, bypassando quelle di Beirut – prevede l’abbattimento delle case e il divieto per la comunità musulmane di fare ritorno, poiché sospettate di legami col partito armato filo-iraniano Hezbollah. Tuttavia, promettono i militari, “i villaggi cristiani non saranno toccati”.
Ma per i residenti, non basta. In una lettera inviata al premier Salam, queste comunità scrivono: “Abbiamo scelto di rimanere” ma ora il governo “deve garantire la protezione dei residenti che resistono”. Le comunità sollecitano il dispiegamento di “personale militare delle Forze di sicurezza Interna (Isf) e dell’esercito”. Chiesta inoltre l’apertura di “corridoi umanitari per la consegna di cibo, medicinali, latte in polvere per neonati, carburante e altri beni essenziali per la vita quotidiana, al fine di sostenere la resilienza e la continuità della vita dei residenti”.
Come ricorda in un editoriale L’Orient le Jour, in questi giorni l’esercito libanese si è ritirato da Rmeich, Ain Ebel, Debel e Qlayaa, un passo che “recide l’ultimo legame [dei cristiani] con il governo”, che sembra pronto ad “abbandonarli al proprio destino” in località dove “Hezbollah ha una presenza effettiva limitata” e mentre “continua l’invasione di terra israeliana”. La tesi è che “questi abitanti potrebbero presto trovarsi sotto occupazione militare, o addirittura essere costretti ad abbandonare definitivamente i loro villaggi”, come accaduto nel sud della Striscia di Gaza. Una prospettiva già paventata dallo stesso governo israeliano e contro cui si è espressa con forza persino la Cina, che, tramite il suo ambasciatore all’Onu, ha chiesto a Israele di ritirare le proprie forze, rispettando sovranità e integrità del Libano, e scongiurando il “ripetersi della tragedia di Gaza”.
A chiedere la protezione dei cristiani sono i Paesi occidentali a partire dagli Stati Uniti, che tramite l’ambasciatore in Libano Michael Issa avrebbe “ottenuto garanzie israeliane di sicurezza”. D’altronde pesa l’uccisione dello scorso 5 marzo di padre Pierre Al-Rahi, parroco di Qlayaa, raggiunto presumibilmente da colpi di artiglieria israeliana dopo che si era rifiutato di lasciare la sua parrocchia. Ma ancora L’Orient le Jour spiega che l’esercito libanese “non può restare” e cita fonti anonime secondo cui “l’esercito teme che i suoi soldati vengano catturati o uccisi. Fonti vicine alle truppe citano come esempio i sanguinosi raid israeliani contro soldati dell’esercito libanese o posti di blocco nel Libano meridionale dall’inizio della guerra”. Il premier Salam avrebbe comunque risposto all’appello giunto dalle comunità cristiane – a cui si sono aggiunti i vescovi maroniti, che hanno anche fatto appello all’Unifil, la missione di interposizione dell’Onu a guida italiana – assicurando che “farà del suo meglio per soddisfarle”.
Ieri, in Consiglio dei Ministri, il ministro della Giustizia Adel Nassar, in quota cattolica nella squadra di governo, ha chiesto l’istituzione di un corridoio umanitario che colleghi i villaggi in questione al resto del Paese, così come aveva fatto il giorno prima anche il deputato maronita Melhem Khalaf.
Una situazione dunque complessa da gestire, laddove frammentazione istituzionale – con cariche storicamente suddivise su base religiosa, più che di appartenenza politica – e la debolezza dell’esercito regolare rischiano di lasciare campo libero agli obiettivi di Israele in questa regione.
L’ITALIANO ED EX COOPERANTE: ESERCITO, COME LE ISTITUZIONI, SONO REALTA’ COMPLESSE DA COMPRENDERE CON LE LENTI OCCIDENTALI
“Il Libano è una realtà forse unica al mondo, che sfugge alle categorie occidentali. La società, così come le istituzioni, sono organizzate su base confessionale, e così vale anche per l’esercito”. Con l’agenzia Dire Antonio Righetti, italiano residente in Libano dal 1976, prova a tracciare l’attualità di un Paese su cui non solo i giornali si interrogano su che ruolo abbia l’esercito libanese e come mai non risponda agli attacchi israeliani, a difesa della popolazione. “Non ne avrebbe assolutamente la forza” replica Righetti, un passato da cooperante e poi insegnante di lingua italiana.
“Gli aiuti finora ricevuti dagli Stati Uniti e da altri Paesi donatori sono soprattutto logistici: automezzi non blindati e armi leggere”. Nulla insomma, che possa aiutare a partecipare a una guerra. Il gruppo Hezbollah “è decisamente meglio equipaggiato”. Quello che allora il governo libanese ha cercato di fare in queste settimane “è qualcosa di inedito: ha tentato di ottenere un accordo di pace, o di non belligeranza, con Israele, con l’aiuto degli Stati Uniti”. Lo ha ribadito ieri il primo ministro Nawaf Salam in una intervista all’emittente Cnn. “E’ il solo modo- si dice convinto l’esperto- con cui si può proteggere l’integrità dello Stato e la sua popolazione da guerre che ciclicamente si ripetono da più di cinquant’anni”.
Ma per capire il Libano, premette l’ex cooperante, “bisogna sapere che la società libanese è interamente fondata sul sistema confessionale”. Il primo (e ultimo) censimento ufficiale realizzato nel 1932 sotto mandato francese fotografò 18 confessioni religiose, di cui le principali sono quella cristiana (suddivisa in greco-ortodossi, cattolici e armeni) seguita da quella musulmana (sunniti, sciiti, alawiti e drusi). Con leggere variazioni, tale suddivisione sociale si riflette anche sulle cariche istituzionali. Ad esempio, il presidente della repubblica è cristiano maronita, il primo ministro sunnita e il presidente del parlamento sciita. I deputati sono 128, divisi a metà tra cristiani e musulmani. Il governo vanta sei ministri cristiani e sei ministri musulmani, gli altri sono ripartiti tra le confessioni minori. “E l’esercito non fa eccezione- spiega l’esperto- il capo di stato maggiore delle forze armate è cristiano maronita, il vicecapo è druso, mentre il Consiglio superiore militare è composto da sei ufficiali delle comunità maggioritarie”. La catena decisionale è quindi continuamente interrotta dal confronto interno alla comunità di appartenenza e alle leadership religiose di riferimento.
“Il sistema politico confessionale precede l’affiliazione ai partiti- continua Righetti- e instaura un delicatissimo equilibrio per prendere qualsiasi decisione”. Che si tratti di manovre finanziarie, della discussione di leggi o, come in questo caso, di indicazioni sulla sicurezza, “i tempi per il confronto si dilatano moltissimo”.
Un esempio: nell’ultimo cessate il fuoco del novembre 2024 era stata fissata la data del 31 dicembre 2025 per completare il disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito, “che in parte ha portato a termine, ma probabilmente non in termini da soddisfare israeliani e americani. Per poter realizzare un vero e proprio ritiro delle armi serve un negoziato intra-libanese, che necessita tempi più lunghi rispetto alle scadenze imposte da Stati Uniti e Israele”.
La chiave per dare al Libano la possibilità di ricostituirsi allora sarebbe “superare il sistema politico-confessionale, ma deve essere un procedimento interno, non calato dall’alto. Porre fine alla minaccia israeliana sarebbe un passo necessario a dare tempo e modo alla società libanese di ristrutturarsi”.
Ma le bombe continuano a cadere. Righetti risiede a una ventina di chilometri a nord di Beirut: “Qui la guerra non c’è- spiega- ma ci raggiunge la crisi sociale dei profughi, che purtroppo ormai nessuno è disposto ad accogliere in casa. La ‘caccia alle streghe’ di Israele contro gli affiliati ad Hezbollah sta funzionando. E’ il panico: la gente aiuta i profughi ma in strutture esterne, come le scuole o altri centri allestiti dalle autorità. Nessuno è più disposto ad accoglierli in casa per timore di essere a sua volta bombardato”.Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte Agenzia DIRE e l’indirizzo https://www.dire.it
