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Ecco cosa c’è da sapere sull’epidemia di Ebola da virus Bundibugyo

AttualitàEcco cosa c’è da sapere sull’epidemia di Ebola da virus Bundibugyo

Roma, 19 mag. (askanews) – Il 5 maggio scorso, l’Oms è stata allertata per un’epidemia ad alta mortalità, con decessi anche tra gli operatori sanitari, causata da una malattia sconosciuta nella zona sanitaria di Mongbwalu, nella provincia di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Il 14 maggio, in otto campioni, le analisi di laboratorio hanno confermato la presenza di una variante del virus Ebola: il virus Bundibugyo . Contemporaneamente, il ministero della Salute ugandese ha confermato un focolaio di malattia da virus Bundibugyo in seguito all’identificazione di un caso importato dalla Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di un uomo congolese deceduto nella capitale Kampala.

Il 16 maggio 2026, il Direttore Generale dell’OMS, dopo aver consultato gli Stati Parte in cui è noto che l’evento è attualmente in corso, ha stabilito che la malattia di Ebola causata dal virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda costituisce un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (PHEIC), come definita dalle disposizioni del Regolamento Sanitario Internazionale (RSI). Al momento secondo l’Oms sono 30 i casi confermati, ma sono 500 quelli sospetti con 130 possibili morti.

In un comunicato l’ISS, Istituto superiore di sanità, ha spiegato che la dichiarazione di “Emergenza Internazionale di Salute Pubblica” (Pheic) viene usata dall’Oms per “un evento straordinario che costituisce un rischio di salute pubblica per altri Stati attraverso la diffusione internazionale di una malattia, e che potenzialmente richiede una risposta coordinata a livello internazionale”. Si tratta quindi di una procedura che permette di far scattare un’allerta internazionale, mobilitare risorse straordinarie e coordinare una risposta internazionale, non è necessariamente legata a un rischio di pandemia. La definizione, spiega il sito dell’Oms, implica una situazione che sia “seria, improvvisa, inusuale o inattesa”, che abbia “implicazioni per la salute pubblica al di là dei confini dello stato affetto” e che “richieda immediata azione internazionale”. In passato sono state dichiarate altre PHEIC ad esempio per epidemie causate da Mpox, virus influenzali, virus zika e virus ebola.

Secondo l’Ecdc, “in base alle informazioni disponibili e alle attuali incertezze, la probabilità di contagio per i residenti dell’UE/SEE o per i viaggiatori diretti nella provincia dell’Ituri è considerata bassa. Per la popolazione generale dell’UE/SEE, la probabilità di contagio è molto bassa a causa della limitata possibilità di importazione e successiva trasmissione in Europa”.

La malattia da virus Bundibugyo (BVD) è una forma grave e spesso fatale della malattia Ebola, causata dal virus Bundibugyo, una delle specie di Orthoebolavirus. Si tratta di una zoonosi, e si sospetta che i pipistrelli della frutta siano il serbatoio naturale del virus. L’infezione umana si verifica attraverso il contatto ravvicinato con il sangue o le secrezioni di animali selvatici infetti, tra cui pipistrelli o primati non umani. Si diffonde successivamente da persona a persona tramite contatto diretto con il sangue, le secrezioni, gli organi o altri fluidi corporei di individui infetti o con superfici contaminate. La trasmissione è particolarmente amplificata negli ambienti sanitari quando le misure di prevenzione e controllo delle infezioni (IPC) sono inadeguate e durante pratiche di sepoltura non sicure, che spesso vengono adottate nei paesi colpiti, che comportano il contatto diretto con il defunto. In passato sono state documentate due epidemie da BVD, in Uganda e nella Repubblica Democratica del Congo nel 2007 e nel 2012, con un tasso di mortalità tra il 30% al 50%. A differenza della malattia da virus Ebola, non esiste un vaccino autorizzato e non sono disponibili terapie specifiche contro il virus Bundibugyo. Tuttavia un intervento tempestivo di supporto è salvavita. Il periodo di incubazione della BVD varia da 2 a 21 giorni e gli individui di solito non sono contagiosi fino alla comparsa dei sintomi. I sintomi iniziali non sono specifici e includono febbre, affaticamento, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola, il che complica e può ritardare la diagnosi e la segnalazione della malattia. Questi sintomi progrediscono con disturbi gastrointestinali, disfunzioni d’organo e, in alcuni casi, manifestazioni emorragiche.

L’Oms raccomanda che nessun Paese dovrebbe chiudere i propri confini o imporre restrizioni ai viaggi e al commercio. Tali misure vengono solitamente attuate per paura e non hanno alcun fondamento scientifico. Spingono il movimento di persone e merci verso valichi di frontiera informali non controllati, aumentando così le probabilità di diffusione della malattia. Ancora più grave, queste restrizioni possono anche compromettere le economie locali e influire negativamente sulle operazioni di risposta dal punto di vista della sicurezza e della logistica. Le autorità nazionali dovrebbero collaborare con le compagnie aeree e gli altri settori dei trasporti e del turismo per garantire che non vengano superate le raccomandazioni dell’OMS sul traffico internazionale. Gli Stati dovrebbero fornire ai viaggiatori diretti nelle aree colpite e a rischio dalla malattia da virus Bundibugyo informazioni pertinenti sui rischi, sulle misure per minimizzarli e consigli su come gestire una potenziale esposizione.

Sempre secondo le raccomandazioni diffuse dall’Oms, il pubblico dovrebbe ricevere informazioni accurate e pertinenti sull’epidemia di malattia da virus Bundibugyo e sulle misure per ridurre il rischio di esposizione. Gli Stati dovrebbero essere pronti a facilitare l’evacuazione e il rimpatrio dei propri cittadini (ad esempio, operatori sanitari) che sono stati esposti al virus Bundibugyo. Non si ritiene necessario sottoporre passeggeri di ritorno da zone a rischio a controlli all’ingresso presso gli aeroporti o altri punti di ingresso, al di fuori della regione interessata.

Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, si è detto oggi “profondamente preoccupato per la portata e la velocità dell’epidemia” dell’Ebola nella Repubblica democratica del Congo e in Uganda, spiegando così la sua decisione di dichiararla “un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale” prima di aver convocato un comitato di
emergenza. “Non l’ho fatto a cuor leggero – ha detto oggi nel suo intervento al secondo giorno di lavori della riunione annuale degli Stati membri dell’Oms – l’ho fatto in conformità con l’articolo 12 de Regolamento sanitario internazionale, dopo aver consultato i ministri della Sanità di entrambi i Paesi, e perché sono profondamente preoccupato per la portata e la velocità dell’epidemia. Convocheremo  il Comitato di Emergenza per ricevere consigli su raccomandazioni temporanee”. Tedros ha quindi precisato che al momento ci sono 30 casi confermati nella Repubblica democratica del Congo, provenienti dalla provincia nord-orientale Ituri, e due casi nella capitale ugandese Kampala, tra cui un decesso, che provenivano dal vicino Congo. “Anche un cittadino americano è risultato positivo ed è stato trasferito in Germania”, ha aggiunto, riferendo quindi di una collaborazione in corso con i tre paesi. “Diversi fattori ci preoccupano per il rischio di un’ulteriore diffusione e di altri decessi – ha proseguito – innanzitutto, oltre ai casi confermati, si contano più di 500 casi sospetti e 130 decessi sospetti. Questi numeri cambieranno con maggiori operazioni sul campo, che comprendono il rafforzamento della sorveglianza, del tracciamento dei contatti e delle analisi di laboratorio. In secondo luogo, sono stati segnalati casi in aree urbane, tra cui Kampala e la città di Goma nella Repubblica Democratica del Congo; in terzo luogo, sono stati segnalati decessi tra gli operatori sanitari, il che indica una trasmissione associata all’assistenza sanitaria”.

“In quarto luogo, si registra un significativo movimento di popolazione nella zona”, ha aggiunto Tedros, ricordando le condizioni di insicurezza della provincia di Ituri, dove negli ultimi due mesi si sono intensificati gli scontri, con conseguente sfollato di oltre 100.000 persone. “E in caso di epidemie di Ebola, sapete cosa significa lo sfollamento”, ha sottolineato. Inoltre la regione è una zona mineraria, “con alti livelli di mobilità che aumentano il rischio di ulteriore diffusione”. Un altro fattore di preoccupazione è il fatto che l’epidemia sia causata dal virus Bundibugyo per cui non esistono né cure né vaccini. “In assenza di un vaccino, i Paesi possono adottare molte altre misure per fermare la diffusione del virus e salvare vite umane, anche senza contromisure mediche, tra cui la comunicazione del rischio e il coinvolgimento della comunità”, ha ricordato il direttore dell’Oms.

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