Quando parliamo di Intelligenza Artificiale e regolazione, siamo davvero noi a governare la tecnologia o sta accadendo il contrario? E’ il quesito rivolto al professor Carlo Maria Medaglia, delegato del rettore per la Terza Missione, l’Innovazione didattica e l’Intelligenza Artificiale della Università degli Studi Iul. “La sensazione diffusa- ha risposto l’esperto- è che governi e istituzioni stiano finalmente intervenendo per regolare l’Intelligenza Artificiale. Pensiamo all’AI Act europeo, alle linee guida etiche, ai tentativi di costruire un perimetro normativo. Ma se osserviamo il fenomeno con maggiore attenzione, emerge un dubbio più profondo: siamo davvero noi a scrivere le regole del gioco, oppure stiamo rincorrendo regole già scritte altrove?”.
“Perché il punto non è solo normativo. È infrastrutturale- ha sottolineato- Le grandi piattaforme tecnologiche non si limitano a sviluppare strumenti: costruiscono ecosistemi, definiscono standard, orientano comportamenti. In altre parole, esercitano una forma di potere che non passa dalle istituzioni tradizionali, ma dalla capacità di diventare indispensabili. Quando un sistema di AI viene adottato su larga scala, non è solo una tecnologia che si diffonde: è un modello di funzionamento del mondo che si consolida. Questo sposta radicalmente il concetto di governance. Non basta più legiferare a valle, cercando di correggere effetti indesiderati. Serve una capacità di intervento a monte, nei luoghi in cui le tecnologie nascono e si strutturano. Ed è qui che emerge una fragilità evidente: le istituzioni pubbliche, spesso, non hanno la stessa velocità, né la stessa capacità di sperimentazione, dei grandi attori privati”.
“In questo scenario- ha aggiunto il professor Medaglia- la governance dell’AI diventa un equilibrio complesso tra tre forze: Stati, mercato e tecnologia stessa. Ma con una differenza sostanziale rispetto al passato: la tecnologia non è più neutrale. Gli algoritmi incorporano scelte, priorità, visioni del mondo. E quando queste scelte vengono scalate a livello globale, diventano di fatto decisioni politiche senza un processo democratico esplicito. Ecco perché la questione non può essere affrontata solo in termini tecnici o giuridici. Serve una visione più ampia, che integri anche qui la prospettiva della Scale (Social Sciences, Communication, Arts, Law, Economics). Perché governare l’AI significa comprendere non solo come funziona, ma come impatta sui comportamenti, sulle relazioni sociali, sugli equilibri economici e sui diritti”.
“Le implicazioni sono profonde- ha quindi evidenziato l’esperto- Per le imprese, significa operare in un contesto in cui le regole possono cambiare rapidamente e in cui la compliance diventa un fattore strategico. Per le pubbliche amministrazioni, significa passare da un ruolo reattivo a uno proattivo, sviluppando competenze interne e capacità di indirizzo. Per i cittadini, significa acquisire consapevolezza: perché in un mondo governato anche dagli algoritmi, l’alfabetizzazione digitale diventa una forma di cittadinanza attiva. Forse la vera domanda, allora, non è chi governa l’Intelligenza Artificiale oggi. Ma chi avrà la legittimità per farlo domani”.
“Se non saremo noi a costruire le regole dell’AI- ha concluso il professor Medaglia- rischiamo di vivere in un mondo in cui le regole… semplicemente accadono”.
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