Per anni abbiamo puntato tutto sulle competenze Stem. Oggi si parla sempre più di Scale. Le nuove prospettive dell’innovazione, tra moda e una necessità in una analisi del professor Carlo Maria Medaglia, delegato del rettore per la Terza Missione, l’Innovazione didattica e l’Intelligenza Artificiale della Università degli Studi Iul. “Per oltre due decenni- ha spiegato- il paradigma dominante dell’innovazione è stato costruito attorno alla Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics). Un modello potente, che ha alimentato crescita, sviluppo tecnologico e competitività globale. Ma ogni paradigma, quando diventa egemone, rischia di trasformarsi in un limite. Oggi, infatti, ci troviamo in una situazione paradossale: abbiamo tecnologie sempre più avanzate, ma facciamo sempre più fatica a comprenderne gli effetti sistemici. È qui che emerge con forza la necessità di affiancare alla Stem una nuova prospettiva: la Scale (Social Sciences, Communication, Arts, Law, Economics). Non come alternativa, ma come completamento. Perché l’innovazione non è mai solo un fatto tecnico. È sempre anche un fatto sociale, culturale, normativo, economico. E quando queste dimensioni non vengono integrate, il rischio è quello di costruire soluzioni perfette dal punto di vista ingegneristico, ma inadatte, se non addirittura dannose, nel mondo reale”.
“Pensiamo all’Intelligenza Artificiale- ha quindi evidenziato- Possiamo sviluppare algoritmi straordinari, ma senza una comprensione delle dinamiche sociali e dei bias culturali, rischiamo di amplificare disuguaglianze esistenti. Possiamo costruire piattaforme globali, ma senza una riflessione giuridica ed economica, rischiamo di concentrare potere in poche mani. In altre parole, senza Scale, la tecnologia diventa una forza potente ma priva di direzione. Il punto non è quindi ridurre l’importanza della Stem, ma superarne l’autosufficienza. Serve un cambio di mentalità: passare da un approccio verticale, centrato sulla performance tecnica, a un approccio orizzontale, capace di integrare competenze diverse. Questo vale per le imprese, che devono costruire team interdisciplinari. Vale per le università, che devono ripensare i percorsi formativi. E vale per le istituzioni, chiamate a governare fenomeni che non possono più essere letti con una sola lente”.
“In questo scenario, la Scale- ha sottolineato- non è un’aggiunta ‘umanistica’ alla tecnologia. È una infrastruttura critica dell’innovazione. È ciò che permette di tradurre una possibilità tecnologica in un impatto sostenibile. È ciò che consente di anticipare le conseguenze, e non solo di reagire ad esse. In un mondo sempre più complesso, la vera competenza non è sapere di più, ma sapere collegare meglio. E forse è proprio questo il passaggio più delicato: riconoscere che il valore non sta più solo nella specializzazione, ma nella capacità di attraversare discipline diverse. Un ingegnere che comprende le implicazioni sociali del proprio lavoro, un giurista che dialoga con i dati, un economista che interpreta le tecnologie: sono queste le figure che definiranno la prossima fase dell’innovazione”.
“La tecnologia ci dice cosa possiamo fare. La Scale- ha concluso il professor Medaglia- ci aiuta a capire se dovremmo farlo”.
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