ROMA – Trentadue morti israeliani, oltre tremila libanesi. Con il peso di questo bilancio sempre in aggiornamento arriva il nuovo accordo annunciato da Israele, Libano e Stati Uniti: il rinnovo di un cessate il fuoco mai davvero cessato, e l’impegno a lavorare verso un’intesa “globale”.
L’accordo, confermato dal Dipartimento di Stato americano, è nato da colloqui mediati dagli americani a Washington martedì e mercoledì. Prevede la creazione di “zone pilota” sotto controllo esclusivo dell’esercito libanese, con l’esclusione di tutti gli attori non statali. Il cessate il fuoco, tuttavia, resta condizionato allo stop degli attacchi di Hezbollah e al ritiro del gruppo dal settore meridionale del fiume Litani, un’area attualmente occupata dalle truppe israeliane.
Il nodo è proprio questo: Hezbollah non fa parte del governo libanese, non ne è controllato, e non siede a nessuno dei due tavoli negoziali. Il leader del gruppo, Naim Qassem, ha dichiarato di essere favorevole a un accordo tra Iran e Stati Uniti che includa una tregua in Libano, ma ha respinto qualsiasi colloquio diretto tra Beirut e Tel Aviv. Teheran, dal canto suo, ha chiesto che il dossier libanese sia parte integrante di un eventuale accordo di pace con Washington.
Nel frattempo, il premier israeliano Netanyahu ha alternato minacce e aperture: ha evocato un bombardamento di Beirut, poi ha fatto marcia indietro dopo che l’Iran si è ritirato dai colloqui con gli Stati Uniti e Trump ha annunciato il ripristino del cessate il fuoco con tanto da reprimenda telefonica (eufemismo). All’interno del governo israeliano, le pressioni della destra radicale – con il ministro Ben-Gvir che chiede di “scatenare la furia dei combattenti” – complicano ulteriormente ogni margine di manovra diplomatica. Le delegazioni si riuniranno di nuovo il 22 giugno.
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