ROMA – “Temo che l’11 settembre si sia un po’ sbiadito dalla memoria collettiva e che si sia perso quel senso di solidarietà che univa le persone, e di fiducia verso il governo. Una frattura sociale che la destra di Trump strumentalizza per promuovere la sua guerra (più interna che esterna) per arrivare a un’America nazionalista bianca”. A dialogare con l’agenzia Dire è Amy Sodaro, docente di Sociologia e studi museali, sulla memoria, l’olocausto e il genocidio presso il Borough of Manhattan Community College di New York. La raggiungiamo telefonicamente nel suo appartamento a Brooklyn. “Il college in cui lavoro è proprio a pochi passi da Ground Zero”, ossia il sito su cui sorgevano le due torri del World Trade Center, abbattute dallo schianto dei due arei di linea dirottati dai terroristi. Il terzo volo commerciale finì sul Pentagono, mentre un quarto diretto verso la Casa Bianca, a Washington Dc, precipitò in Pennsylvania. Quasi 3mila le vittime immediate a cui negli anni se ne aggiunsero centinaia per le conseguenze degli attacchi, tra cui morti per patologie oncologiche sviluppate a causa delle sostanze tossiche emanate dalle deflagrazioni.
“Proprio in questi giorni- evidenzia la docente- sono emersi rapporti secondo cui le autorità sapevano che la qualità dell’aria a New York fosse molto peggiore di quanto avessero ammesso, e lo hanno taciuto”. E’ un altro tassello che contribuisce alla frattura sociale che, secondo la sociologa, ha un doppio livello. Il primo è quello della memoria: “Noi che abbiamo ricordi dolorosi che riafforano e un trauma che ci portiamo ancora dentro, ci sentiamo divisi dai newyorkesi che non erano ancora nati, penso ai miei studenti universitari o a coloro che non hanno vissuto questa esperienza e, credo, non sappiano molto di ciò che è accaduto”. Nella vicina stazione dei Vigili del fuoco, riferisce Sodaro, “c’è un murale commemorativo per le vittime dell’11 settembre ma temo che luoghi come questo siano ormai diventati parte del paesaggio, la gente ha smesso di notarli”. La vita quotidiana dopo quel giorno, “è cambiata, penso alle procedure di sicurezza che sono state implementate e al modo in cui oggi ci muoviamo negli spazi pubblici o sui mezzi di trasporto. Per gli under 25 è sempre stato così. Quando racconto a mia figlia di come un tempo le regole non fossero così rigide, stenta a crederci”.
La seconda frattura è forse più insidiosa e “riguarda la nostra vita politica e sociale. Dopo l’11 settembre- argomenta ancora Amy Sodaro- si instaurò un clima di grande solidarietà e fiducia nel governo e nelle istituzioni. Gli americani si sentivano uniti contro il nemico che ci aveva attaccato”. Sentimenti che si sono disgregati “anche a causa delle decisioni assunte all’indomani dell’attentato, come la guerra in Iraq voluta da George W. Bush”. Poi, la pandemia, fino “alle guerre senza fine in Medio Oriente”, alimentate nell’ultimo anno anche dall’amministrazione di Donald Trump. “Il presidente aveva basato la sua campagna elettorale sulla promessa di porre fine a questi conflitti”, ricorda Sodaro. E La retorica del “nemico degli Stati Uniti” col tempo si è trasformata, secondo la docente, “nella demonizzazione degli immigrati, e in particolare degli immigrati musulmani, ma musulmani americani o persone di colore, chiunque non rientri nel modello del cittadino americano bianco e cristiano”. Insomma la guerra di Trump “non credo sia tanto all’estero, quanto proprio all’interno del Paese. E l’11 settembre viene strumentalizzato per quell’obiettivo”. Ne è esempio, secondo Sodaro, anche la proposta dell’ex sindaco di New York Rudy Giuliani di vietare la partecipazione all’attuale sindaco Zohran Mamdani alle commemorazioni dell’11 settembre: “E’ un gesto chiaramente volto a creare divisioni”, dice Sodaro, “perché, specialmente quando si parla dell’11 settembre, Mamdani è il perfetto ‘spauracchio'”. Il primo cittadino nato da genitori immigrati, ricorda la studiosa, “si è presentato come un socialista democratico in contrapposizione alla destra”. Inoltre si è apertamente schierato contro l’uso di fondi pubblici nelle guerre contro i palestinesi e l’Iran.
“E’ difficile oggi avere un dibattito costruttivo su temi come l’11 settembre o Gaza, dove molti studiosi concordano sul fatto che sia in corso un genocidio”, conclude la sociologa. “Ma tutto viene strumentalizzato e a volte sembra proprio che la democrazia negli Stati Uniti sia morta, o quantomeno in grave crisi; tuttavia, nutro speranza nei democratici di conquistare il Congresso alle elezioni di metà mandato, ponendo dei limiti all’amministrazione Trump”. C’è poi un’altra speranza. “Credo”, sottolinea Sodaro, “che i giovani stiano imparando a impegnarsi di più e a essere meno cinici rispetto alla politica”.
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