ROMA – “La bacio io o aspetto che lo faccia lei? Chiudo gli occhi o li tengo aperti? E se poi non le piace? La lingua ci va oppure no?”. E’ il primo bacio con Noemi. Il passaggio che fagocita il resto degli estratti della nuova autobiografia di Francesco Totti (“Oltre”, Cairo Editore) concessi alla stampa (Gazzetta e Corriere della Sera su tutti, sempre di casa Cairo). Più della curiosità sportiva, del Como e del Genoa pronti a rimetterlo in campo a 48 anni strappandolo al calciotto del lunedì. Più della (non) riappacificazione con Spalletti al di là delle parvenze mediatiche. Più della commozione intima per la morte del padre. La tardoadolescenza del mito romano rapisce. Disinnesca. Un po’ Moccia un po’ Muccino. E’ il vero lancio del libro.
«Questo è il mio numero.» «E questo il mio».Era bionda, era bellissima, se ne accorgevano tutti.Era dolce, era intelligente, era interessante: bello scoprirlo pian piano, parlandole.Il primo bacio è arrivato moltissimo tempo dopo. Vicino a Piazza del Popolo, in auto, come due ragazzini, nella penombra.C’avevo un po’ di paura, ero emozionato per davvero.Di baci ne avevo dati in vita mia, ma quello lo consideravo importantissimo. Mica potevo sbagliarlo, come il rigore contro l’Australia al Mondiale del 2006. Momenti fondamentali per il futuro, inni alla gioia.Ho iniziato a essere assalito dai dubbi dell’adolescente.E se qualcuno ci vede?A quanto pare, ci siamo dati il bacio giusto al momento giusto. Con Roma sullo sfondo, e dentro di noi, e davanti a noi.
TOTTI AL COMO, O AL GENOA
Ve lo immaginate il Totti attuale – stessa classe, pancetta evoluta – in Serie A? Al Genoa? O al Como di Fabregas? Ecco. Nemmeno lui. Ma per un po’, sì. Scrive d’averci pensato davvero.
“Ho detto no alla Serie A. Ho detto no al Genoa. Ho detto no al Como. Avevo 48 anni. Allenatore del Genoa era Alberto Gilardino, Campione del Mondo come me con l’Italia del 2006, mentre sulla panchina del Como c’era già Cesc Fabregas, uno dei grandi della storia del calcio. Gilardino aveva 42 anni, Fabregas 37, quindi avrei avuto rispettivamente 6 e 11 anni in più di chi era pagato per dirmi cosa fare. Non sono leggende metropolitane, è la pura verità. Incredibile, ma vera. Pazzesca.
Per tenermi in forma giocavo tutti i lunedì sera a calciotto, il calcio a otto come dice il nome, che forse è anche un po’ lo sport dei pensionati, del dopo-lavoro, però mi divertivo e segnavo pure, un po’ rotondetto, ma il mio stato di forma non era malaccio. Me la cavavo bene, mica ci si dimentica di come si tocca un pallone, di come si calciano le punizioni o si fa un assist.
I primi a farsi avanti sono stati i dirigenti del Genoa, con cui ho parlato direttamente. Mi hanno posto una semplice domanda: «Ma allora, la vuoi fare o no questa nuova esperienza?». Facevano sul serio.
Ho preso del tempo per decidere e, prima di dare una risposta, ho cominciato a lavorare duramente. Proprio tanto. Ho continuato col calciotto del lunedì, ho aggiunto tre sedute a settimane in palestra e due col fisioterapista, controllando l’alimentazione. Via il pane, via i dolci, via tutto. Togliere i dolci è stata durissima.
Marassi mi piaceva, è un bello stadio, all’inglese, con gente di passione, che segue le partite attaccata al campo. Senti il fiato sul collo. E poi proprio contro il Genoa avevo giocato la mia ultima partita con la maglia della Roma, vedi il destino. Gilardino qualche WhatsApp me lo mandava: «Allora?». È un biellese, quindi non è che parlasse tanto, neanche via messaggio.
Frà, ma che stai a fà? Certi giorni me lo chiedevo, altri ero più ottimista, non sapevo bene cosa mi avrebbe riservato il futuro, o forse sì, ma facevo finta di niente, mi go-devo il momento. La testa diceva che avrei potuto accettare, il cuore no, poi si ribaltavano i ruoli, i pensieri frenavano e il battito accelerava, fatto sta che alla fine la conclusione era sempre la stessa, una domanda che mi ponevo da solo: ma si può giocare in una squadra che non sia la Roma?
SPALLETTI, NON E’ ANCORA VERA PACE
Totti nel libro raffredda un po’ la favola del lieto fine con Spalletti. Dopo il primo incomntro al Bambino Gesù di Roma (“Un cinque veloce. Un abbraccio. Si è trattato di un gesto fugace, nulla di più. Non ho sentito nulla, non era ancora amore. Un fremito, o un brivido, niente di niente”) si rivedono “all’Olimpico di Roma, il 14 maggio 2025, finale di Coppa Italia vinta dal Bologna contro il Milan. “Come va?”. “Tutto bene, e tu?”. “Bene, grazie”. “Ciao”. “Ciao”. Solite cose, senza trasporto. Poi, spariti”.
Gli spot dell’amaro fanno il resto: “Ognuno aveva il suo camper per cambiarsi e per truccarsi. Sono sceso dal mio e mi sono avviato verso quello di Spalletti. Ho bussato. “Apri, che c’hai paura?”. È sceso, ci siamo abbracciati, una cosa leggermente più vera rispetto a quella del Bambino Gesù. “Francesco, sei contento di fare lo spot con me?”. “Non vedevo l’ora. Comunque mi devi ringraziare, mister. Se avessi detto no io, non avrebbero preso neanche te”. In una pausa delle riprese, una vecchina si è affacciata a un balcone e ha urlato a Spalletti: “Aò, nun ce scherzà col capitano, che quello è nostro. Sta attento. Noi nun ce scordamo”. Assist clamoroso. “Mister, stai attento per davvero, che se qui faccio scattare l’ignoranza finisce male”.
Abbiamo lavorato insieme due giorni, è servito, ci siamo sciolti, abbiamo sorriso, di quei sorrisi spontanei, non comandati. Mi sono divertito. Devo dire che ne sono uscito più sereno. Nell’estate del 2026 ne abbiamo girato un secondo, per tre giorni nella tenuta di Spalletti, in Toscana. Una sera ci siamo ritrovati a tavola insieme ad altre persone. Ho parlato io, rivolgendomi a tutti: “Come allenatore era uno dei più forti, con me non si è comportato benissimo…”. “No, Francesco, è tutta colpa tua, sei tu che hai voluto il male mio e mi hai cacciato dalla Roma”. “Ma che stai a dì, mister? Hai fatto tutto da solo”. Non ne siamo usciti neanche lì, però il clima era decisamente più amichevole. Di spot in spot stiamo eliminando le scorie. Abbiamo iniziato un forte percorso di riavvicinamento. Quando ci racconteremo tutta la verità, nient’altro che la verità, io ci metterò una pietra sopra in maniera definitiva. Potremo tornare a essere quelli di prima. E dopo la verità, brinderemo alla nostra. Amaro Spalletti, sapore vero.
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