ROMA – “La geopolitica del Corno d’Africa si è rovesciata: oggi i ribelli del Tigray hanno sostegno dall’Eritrea, dal Sudan e anche dai combattenti della regione Amhara, con cui hanno stretto un’alleanza inedita”. A parlare con l’agenzia Dire è Hassan Gacaliye, diplomatico e analista regionale, già direttore del ministero della Difesa della Somalia.
La sua voce arriva al telefono da Mogadiscio. Oggi, un’alleanza di gruppi armati ha annunciato la presa dell’aeroporto di Macallè e di altre località del Tigray, nel nord dell’Etiopia. Lo sguardo di Gacaliye è ampio e abbraccia una zona strategica, che dal Mar Rosso e dallo Stretto di Bab el-Mandeb dove avanzano le forze Houthi porta fino in Sudan, dove un conflitto armato ha già costretto circa dieci milioni di persone a lasciare le proprie case.
“Avevamo sperato che i negoziati in Tanzania potessero riportare la pace, sia in Tigray che in Amhara, regioni già lacerate dalle violenze”, premette Gacaliye. “Purtroppo non è stato così, anche a causa di una serie di errori commessi dal governo di Abiy Ahmed”. Tra le scelte del primo ministro ritenute a rischio figurano le rivendicazioni sul porto eritreo di Assab, ritenuto un accesso al Mar Rosso vitale per l’Etiopia, e poi anche un sostegno ai paramilitari sudanesi delle Forze di supporto rapido (Rsf) in lotta contro l’esercito di Khartoum. “Rispetto a queste relazioni”, evidenzia Gacaliye, “anche il ruolo degli Emirati Arabi Uniti costituisce un elemento di instabilità”.
Secondo l’analista, questi elementi convergono verso la ripresa del conflitto con epicentro in Tigray, combattuto tra il 2020 e il 2022. Allora, il governo di Addis Abeba aveva dalla sua le milizie Fano dell’Amhara e anche l’Eritrea.Secondo Gacaliye, gli stessi attori appoggiano ora appoggiano in modo concreto l’alleanza di sette formazioni ribelli stretta attorno al Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf). “All’epoca le colonne tigrine arrivarono a 120 chilometri da Addis Abeba”, ricorda l’esperto: “A salvare il governo fu anche la richiesta delle capitali occidentali, affinché l’avanzata non proseguisse fino alla capitale”.E adesso, invece, cosa accadrà? “In gioco”, risponde l’esperto, “c’è anche la tenuta dello Stato federale, alla luce delle pulsioni secessioniste di alcune delle forze ribelli”.
Per Abiy è una nuova sfida. “La sua eredità politica è ambivalente”, sottolinea Gacaliye: “Quando è salito al potere all’età di 41 anni ha saputo essere un riformatore e lavorare per l’unità del Corno d’Africa, tanto da ottenere il Nobel per la pace, ma poi ha commesso più errori, come testimonia anche l’evoluzione dei rapporti con l’Eritrea e il Sudan”.
Sullo sfondo ci sono altre relazioni, anche con l’Europa e con l’Italia. Gacaliye cita il Piano Mattei, l’iniziativa del governo di Giorgia Meloni per una cooperazione “alla pari” con i Paesi dell’Africa. “Penso”, sottolinea l’esperto, “che questo tipo di progetti e di partenariati possa continuare a svilupparsi e ad approfondirsi, perché non sono legati a un singolo dirigente ma piuttosto ai Paesi nel loro complesso”.La questione sarebbe la tenuta dell’Etiopia come Stato federale: un colosso da 139 milioni di abitanti, secondo in Africa sul piano demografico solo alla Nigeria. “Too big to fail”, “troppo grande per fallire”, è il commento di fonti diplomatiche sentite dalla Dire.
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