ROMA – Il calcio non è il cricket. Il cricket ha una sua specifica ubriachezza, con un cerimoniale molto inglese di dolce discesa nella rarefazione, l’immagine del campo che si sfoca ai bordi al termine di un’intera giornata di bevute tranquille e senza giudizi. Con quattro finali tutti ammissibili: beatitudine totale, crisi esistenziale, risate incontrollabili, sonno. Il calcio no. L’alcol è sfumato dagli stadi più di quaranta anni fa, quando il fascino narcotico dei bicchieri in curva si tradusse nell’ultima strage possibile: 29 maggio 1985, stadio Heysel di Bruxelles, 39 morti schiacciati contro un muro crollato sotto la carica dei tifosi inglesi. Per lo più ubriachi. Il Parlamento britannico impiegò due mesi a rispondere: il 25 luglio approvò lo Sporting Events (Control of Alcohol etc.) Act, la legge che ancora oggi vieta di bere alcolici negli stadi d’Inghilterra e Galles. Ora Andy Burnham, primo ministro britannico e primo tifoso dell’Everton, vorrebbe riaprire quella pagina sgualcita: libero alcol in libero stadio.
“Non credo sia giusto – ha detto – che i tifosi di calcio vengano discriminati in questo modo. Credo che questa legislazione risalga a un’epoca in cui il calcio era molto diverso. E credo che ci siano i presupposti per eliminare questa discriminazione. Ci sono diversi modi per farlo, magari in via sperimentale. Ma non ho intenzione di rimangiarmi la mia opinione di lunga data. Non vedo come possa essere giusto che alcuni tifosi di uno sport vengano trattati diversamente da altri”.
La reinterpretazione contemporanea degli impianti sportivi come una sorta di villaggio dell’intrattenimento prefabbricato, un chiosco pop-up di cibo e bevande con sport annesso, ha oggettivamente mutato la percezione del fenomeno. E poi – è l’argomento anti-ipocrisia di Burnham – si beve alle partite di rugby, alle partite di cricket, persino a un concerto degli Oasis nello stesso stadio. E anche la English Football League ha risposto che se ne può parlare, magari davanti ad una birra: quella, hanno detto, è una legge “che non ha tenuto il passo con i significativi sviluppi nella gestione degli stadi, nella sicurezza e nella gestione degli steward”.
Ovviamente è un tema che in Inghilterra ha attecchito subito. La polizia non condivide l’entusiasmo, perché ha i numeri dalla sua: dal 1985 gli arresti legati al calcio nei principali club londinesi sono crollati di circa due terzi, mentre il pubblico è più che raddoppiato. La UK Football Policing Unit chiede un confronto diretto con Burnham per spiegargli che gli altri sport semplicemente non producono la stessa violenza. Di nuovo: il calcio non è mica il cricket. Il rapporto Taylor sul disastro di Hillsborough del 1989 – che di modifiche legislative in materia di sicurezza ne produsse più d’una – è chiaro: “Attualmente stiamo vivendo il periodo più lungo di sempre senza un disastro significativo legato al calcio”.
Un piccolo laboratorio esiste già: la Women’s Super League. Da questa stagione, dopo un periodo di prova di diciotto mesi andato bene, sono tornati i boccali sugli spalti. Venticinque squadre su ventisei (con la sola eccezione del Brighton in trasferta, chissà perché) hanno scelto di sciogliere il nodo. Un esperimento a basso volume, per dimostrare che il problema – semmai – non è mai stato il bicchiere in sé, ma chi lo tiene in mano.
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