ROMA – Neutrali sì, ma non del tutto. Il 71% degli elettori svizzeri ha respinto con un referendum la proposta di irrigidire la definizione costituzionale di neutralità che da secoli orienta la politica estera della Confederazione. Il “no” ha prevalso in tutti i ventisei Cantoni, seppure con intensità diverse: nei Grigioni ha toccato il 66,6%, mentre in Ticino si è fermato al 51,2%.
A promuovere il quesito era stato Pro Schweiz, movimento nazional-conservatore vicino ai cristiano-democratici, con l’appoggio dell’Unione Democratica di Centro, il partito euroscettico che ha vinto le ultime elezioni federali e che si è intestato la campagna referendaria. Al voto, in realtà, erano sottoposti due quesiti distinti: uno riguardava l’introduzione di regole più severe sull’alimentazione naturale, l’altro – quello che ha ovviamente catalizzato l’attenzione politica e mediatica – chiedeva di scolpire nella Costituzione una nozione più stringente di neutralità. Il diritto internazionale riconosce già alla Svizzera uno status di neutralità permanente, che il governo di Berna applica però con un certo margine discrezionale: non può inviare aiuti militari né prendere parte a conflitti, ma resta libero di imporre sanzioni economiche o di cooperare con alleanze militari. È esattamente questo spazio di manovra che l’iniziativa avrebbe voluto restringere. Se il “sì” avesse vinto, la Svizzera non avrebbe più potuto applicare sanzioni unilaterali – comprese quelle, in vigore dal 2022, contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina – a meno di un’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (dove però Mosca siede con diritto di veto). La Russia non a caso aveva sostenuto apertamente l’iniziativa.I sondaggi della vigilia indicavano una maggioranza contraria di circa due terzi; lo scrutinio ha restituito un margine ancora più ampio, confermando che la vittoria del “no” era largamente attesa.
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