venerdì, 9 Ottobre 26

Carney: “Io e Trump abbiamo un buon rapporto, ci sentiamo spesso”

MondoCarney: “Io e Trump abbiamo un buon rapporto, ci sentiamo spesso”

ROMA – Mark Carney e Donald Trump si parlano. Al telefono. Il che è già una notizia, che il primo ministro canadese “svela” nell’intervista di un’ora concessa al New York Times, nella sede del giornale a Midtown Manhattan. I due si sentono “frequentemente”, e lo hanno fatto “diverse volte” anche dopo la rottura dolorosissima e molto raccontata dei negoziati commerciali di fine agosto. “Dal mio punto di vista, abbiamo un buon rapporto, nel senso che possiamo telefonarci e parlare di qualsiasi problema”, ha spiegato. “Lui è diretto, io sono diretto nell’esprimere le mie posizioni. È molto più efficiente così, e quindi si sa che questo rapporto esiste e continuerà a esistere.”

Da quando l’accordo è saltato, Stati Uniti e Canada si applicano dazi vicendevoli, con un surplus di retorica che alimenta lo scontro. Trump ha più volte definito “cattiva” la leadership canadese. Carney abbassa la temperatura e dice che una via per riprendere la trattativa esiste ancora: “Esiste un accordo commerciale reciprocamente vantaggioso tra Canada e Stati Uniti? Assolutamente sì”.

Tra i possibili terreni d’intesa indica la potassa, ingrediente chiave dei fertilizzanti: il Canada fornisce quasi il 90% di quella importata dagli Stati Uniti, e Trump ha dichiarato in settimana di voler sostituirla con forniture dalla Bielorussia, Paese autoritario, alleato della Russia e sotto sanzioni americane. Secondo Carney, Canada, Stati Uniti e forse il Messico potrebbero diventare “indipendenti dai fertilizzanti” grazie a un accesso speciale alla più grande riserva mondiale. Meglio che comprare altrove merce da far passare per il Mar Nero o per Hormuz. “Credo che questo sia un aspetto realizzabile dell’accordo, e ci sono altri esempi in tal senso, sui quali siamo pronti a lavorare”.

Sull’industria automobilistica, integrata lungo il confine e bersaglio della politica tariffaria dell’amministrazione: “Per tutta la mia vita, e ho 61 anni, abbiamo avuto un settore automobilistico integrato”. Riportare tutta la produzione negli Stati Uniti non gli sembra una buona politica: “Pensiamo che non abbia senso”.Sull’energia, la leva più forte a disposizione del Canada e quella su cui in patria è più sollecitato, la posizione è di forte riluttanza a limitare o tassare le esportazioni. Il Canada fornisce circa il 60% del petrolio importato dagli Stati Uniti ed è tra le principali fonti di elettricità per famiglie e industrie americane. “Se sei un partner affidabile e fornisci energia o cibo a qualcuno, garantendo la continuità del servizio, cambiare questa situazione è estremamente difficile. Mai dire mai, ma si parte dal presupposto che dobbiamo essere un fornitore affidabile in ogni circostanza.”

Le minacce di fare del Canada il 51esimo Stato americano, continua Carney, sono state prese sul serio. Dice di aver considerato con attenzione la possibilità di un’azione militare americana, senza entrare nei dettagli, e di essersi preparato per un anno all'”estremo rischio”. “Credo che in questi ruoli si abbia la responsabilità di valutare i rischi estremi. Si tratta semplicemente di gestione del rischio. Non è lo scenario di base, ma sarebbe irresponsabile non prepararsi”. Intanto il Canada ha un’affinità elettiva con l’Europa.

Sul sistema satellitare Starlink, di SpaceX, non ha dubbi: “Non c’è dubbio che ci allontaneremo da Starlink”, anche ricordando le interruzioni passate e la riluttanza di Musk a fornire all’Ucraina dati utili a colpire parti di Crimea e Russia. Ha ammesso che le alternative sono meno efficienti e resilienti, ma “dal punto di vista della difesa, e certamente in collaborazione con altri partner, europei e potenzialmente coreani, si può raggiungere una maggiore scala e ridurre tale dipendenza”.Carney poi ribadisce che un sistema finanziario interamente dipendente dal dollaro è insostenibile e che un assetto multipolare, con più valute di riserva, “offrirebbe maggiore flessibilità”. Riconosce un “cambiamento di direzione” nei Paesi che rivedono la propria esposizione al dollaro, ma ne prevede l’effetto limitato finché non ci sarà una “vera liberalizzazione” della valuta e del sistema finanziario cinesi.
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