ROMA – “Caro direttore”. Comincia così, come da tradizione delle vecchie missive ai giornali, la lettera di Goffredo Bettini al Corriere della Sera, con la quale il grande “sarto” del Pd prova a spiegare come sta cercando di ricucire il campo largo che “sembra paralizzato” (parole sue) lì dove la ferita è più aperta: il sostegno all’Ucraina. Un’operazione chirurgica, molto complicata. Alla ricerca di una grammatica condivisa, forse un esperanto. Su quel tema la prevista “road map” dei democratici e del M5S ha da sempre direzioni opposte o quasi.
“Noi – scrive Bettini – dopo l’invasione russa, avevamo l’obbligo di aiutare l’Ucraina. Ma, contemporaneamente, dal giorno dopo, avremmo dovuto spingere per la trattativa, il compromesso, la via diplomatica per la pace. Le finestre di speranza, talvolta aperte, dovevano essere forzate in direzione di una tregua immediata. Ma su questo è mancata totalmente l’Europa, la sua funzione, l’esercizio della sua vocazione costitutiva. Al contrario l’Europa, nella sostanza, ha contribuito ad alimentare il clima guerresco”.
Bettini punta il dito sull’Europa. Scrive che “ha definito l’avversario come il male assoluto. Putin come Hitler. Ha confuso il popolo russo, la sua cultura, la sua storia, con chi in questo momento lo governa. Ha invocato la vittoria finale su quel grande impero. Ha ingigantito il pericolo di un attacco al cuore dei suoi territori e delle sue capitali. Ha cancellato totalmente la storia e le ragioni che hanno portato allo scontro, che non giustificano l’aggressione, ma rendono leggibili le dinamiche dell’aggressore. Non ha compreso il grave errore di portare la Nato ai confini russi. Non si è fatta carico delle condizioni spesso drammatiche della popolazione russofona nel Donbass. Ha trasformato Zelensky in un simbolo universale, assai poco credibile, di libertà”.
E ancora: “Ha giudicato i conflitti nel mondo con due pesi e due misure, per cui si colpisce con le sanzioni la Russia, ma non si fa nulla sull’aggressione all’Iran e sul massacro del popolo palestinese”.
Per Bettini – qui è evidente il tentativo di tendere una mano alla teoria del Movimento – “non è chiaro decifrare le disponibilità di Putin a un qualsivoglia dialogo. Ma è certo che esso non potrà mai avvenire se non si smonta l’alleanza europea dei «volenterosi», precari circa il loro consenso interno e in cerca di improbabili e nuove legittimazioni.
In sostanza, scrive ancora Bettini, “la domanda se continuare a spedire armamenti all’Ucraina è in modo stringente collegata a una svolta chiara e immediata della politica europea”. (…). E “la posizione del centrosinistra deve uscire dal dilemma pressante, armi sì o armi no. Ponendolo, in modo condizionato. Armi per cosa? Per quale prospettiva? Per quale assetto generale di sicurezza dell’Europa, della Russia, dell’Ucraina? E su questo occorre azzardare prime ipotesi concrete. Tregua sulla linea del fronte. Una fascia smilitarizzata garantita da forze neutrali sotto la bandiera dell’Onu. Sì a l’Ucraina nell’Unione europea. No nella Nato. Lavorare per un assetto di sicurezza del continente europeo secondo un modello mutuato dal trattato di Helsinki: obbediente al criterio secondo cui la sicurezza di una parte non può andare a detrimento della sicurezza dell’altra”.
“Il centrosinistra – conclude – deve porsi all’offensiva sulle questioni internazionali e nell’interlocuzione europea. Non deve subire il continuo esame peloso dei nostri avversari sulla lealtà e profondità dei nostri principi democratici ed europeisti, dal quale essi stessi si sottraggono”.
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