La moda italiana continua a essere uno dei simboli più riconoscibili del Paese nel mondo, ma dietro le passerelle e le grandi vetrine internazionali è in corso una trasformazione profonda.
La Milano Fashion Week appena conclusa lo ha mostrato chiaramente: oggi non basta più presentare una bella collezione. I grandi marchi stanno ripensando creatività, distribuzione, produzione e rapporto con il consumatore, mentre il mercato internazionale del lusso attraversa una fase decisamente più complessa rispetto agli anni della crescita senza interruzioni.
Il rallentamento dei consumi, l’inflazione e l’incertezza internazionale stanno spingendo soprattutto una parte della clientela della fascia media a ridurre gli acquisti di prodotti di lusso. Per i brand aumenta così la competizione sul cliente ad alta capacità di spesa, mentre crescono gli investimenti in negozi, eventi ed esperienze sempre più esclusive. (Reuters)
La parola chiave è diventata identità.
Gucci, ad esempio, sta cercando una nuova fase sotto la direzione creativa di Demna, tentando di combinare il patrimonio storico della maison con linguaggi contemporanei. Armani, dopo la scomparsa del fondatore, affronta una transizione altrettanto importante, tra continuità stilistica, nuovi ingressi nella direzione creativa e l’ipotesi di apertura del capitale a investitori esterni. (Reuters)
Ma c’è un altro tema, forse ancora più importante per l’Italia: la produzione.
Nei giorni scorsi Luca de Meo, amministratore delegato di Kering, ha ribadito che l’Italia resta centrale per la manifattura del gruppo, escludendo una strategia di trasferimento generalizzato delle produzioni all’estero. Allo stesso tempo il gruppo sta lavorando alla razionalizzazione di una filiera diventata estremamente complessa. (Reuters)
Ed è proprio qui che si gioca una parte del futuro del Made in Italy.
Dietro una borsa, un abito o un accessorio ci sono distretti produttivi, artigiani, laboratori, modellisti, aziende tessili e migliaia di piccole e medie imprese. Il valore della moda italiana non coincide soltanto con il nome stampato sull’etichetta: vive soprattutto nella capacità di trasformare materiali, creatività e competenze in prodotti difficilmente replicabili altrove.
I dati generali sull’export italiano mostrano peraltro un Paese ancora molto competitivo sui mercati internazionali: nei primi sei mesi del 2026 le esportazioni nazionali sono aumentate del 4,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. (Istat)
La sfida è fare in modo che questa forza produttiva rimanga sostenibile.
Perché oggi il consumatore chiede contemporaneamente qualità, autenticità, innovazione, sostenibilità e un’esperienza capace di giustificare prezzi sempre più elevati. E il negozio stesso sta cambiando: la recente trasformazione dello storico flagship Prada nella Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, costruito sempre più come luogo di esperienza oltre che di vendita, racconta bene questa evoluzione. (Reuters)
Il futuro della moda italiana, quindi, non si deciderà soltanto sulle passerelle.
Si deciderà nella capacità di conservare la manifattura, attrarre nuove competenze, innovare i processi e continuare a raccontare al mondo qualcosa che non sia semplicemente costoso, ma riconoscibile.
Per il Made in Italy questa può essere una fase difficile. Ma può essere anche l’occasione per ricordare che il suo vero vantaggio competitivo non è soltanto il lusso: è il saper fare.
di Ciro Di Pietro
