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Geodiversità, in Valtellina i fossili raccontano 210 mln di anni

AttualitàGeodiversità, in Valtellina i fossili raccontano 210 mln di anni

Milano, 6 ott. (askanews) – Si celebra oggi, 6 ottobre, la Giornata internazionale della geodiversità, istituita dall’Unesco nel 2021 per richiamare l’attenzione sulla varietà degli elementi non viventi della Terra. L’edizione 2026 è dedicata al tema “Geodiversity On Our Doorstep”, con l’obiettivo di accrescere la conoscenza di rocce, minerali, fossili, suoli, forme del paesaggio e processi naturali che li hanno prodotti. In provincia di Sondrio questa storia è documentata da rocce formate durante la nascita delle Alpi, depositi lasciati dalle glaciazioni, giacimenti mineralogici, fossili e decine di migliaia di impronte di dinosauri risalenti a oltre 210 milioni di anni fa.

La conformazione della Valtellina è legata alla posizione dell’area lungo la zona di contatto tra la placca europea e quella africana, il cui movimento ha contribuito alla formazione della catena alpina. In seguito erosione e glaciazioni hanno modificato profondamente il territorio, modellando le valli e lasciando morene e depositi. Anche i due versanti presentano caratteristiche differenti: quello retico comprende rocce come il granito serizzo e il ghiandone del massiccio della Val Masino, mentre quello orobico è caratterizzato anche da rocce sedimentarie e metamorfiche, tra cui gli gneiss di Morbegno.

Una delle iniziative più recenti dedicate alla divulgazione è il Sentiero geologico della Val Zebrù, inaugurato nel luglio 2025 dalla collaborazione tra il Rifugio V Alpini e il corso di laurea in Scienze e Tecnologie Geologiche dell’Università di Milano-Bicocca nell’ambito del progetto PLS. Il tracciato, dall’alta Val Zebrù al Passo Zebrù passando per il Rifugio Quinto Alpini, è articolato in sette tappe dedicate alla formazione delle rocce, alla tettonica delle placche, alla nascita delle Alpi, alle glaciazioni e al rapporto tra attività umane e sistemi naturali.

Un altro capitolo riguarda la mineralogia. Il Museo Civico di Storia Naturale di Morbegno conserva, nella sezione dedicata alle Scienze della Terra, circa 80 campioni di rocce e oltre 200 tipi di minerali. Tra i reperti paleontologici è presente anche la Cassinisia orobica, pianta fossile datata a circa 280 milioni di anni fa. A Sondrio, nel Castel Masegra, il Museo dei Minerali di Valtellina e Valchiavenna raccoglie la Collezione Grazioli, legata all’attività del ricercatore Fulvio Grazioli, e presenta circa 500 specie mineralogiche. A Bormio il Museo Mineralogico e Naturalistico, fondato da Edy Romani, conserva oltre 14 mila cristalli e minerali provenienti in larga parte dalle vallate e dalle montagne circostanti, oltre a esemplari di altre aree del mondo. La Valmalenco occupa un posto particolare nella storia delle ricerche sui minerali della provincia. Il Museo Mineralogico di Lanzada documenta ritrovamenti di specie come demantoide, perovskite e artinite e la varietà delle rocce legate alla presenza di serpentini. Nella stessa area la Miniera della Bagnada conserva la memoria dell’attività estrattiva, mentre in Valchiavenna e nell’Alta Valmalenco la lavorazione della pietra ollare testimonia il rapporto tra caratteristiche del suolo e produzioni tradizionali.

La relazione tra geologia e presenza umana emerge anche alla Rupe Magna di Grosio. La grande superficie rocciosa, modellata dai ghiacciai circa 20 mila anni fa, è costituita da rocce metamorfiche attraversate da vene di quarzite e conserva numerose incisioni rupestri, realizzate soprattutto nell’età del Ferro. Nella Media Valtellina la composizione dei suoli, con detriti alluvionali e morenici e rocce come lo gneiss, è invece uno degli elementi che caratterizzano i versanti terrazzati. Un importante sito paleontologico si trova nella Valle di Fraele, nel Parco nazionale dello Stelvio. Sulle pareti dolomitiche delle Cime di Plator e della Cima Doscopa sono state individuate decine di migliaia di impronte attribuite a dinosauri vissuti oltre 210 milioni di anni fa. Il sito, individuato nel 2025 dal fotografo naturalista Elio Della Ferrera, si estende per circa cinque chilometri e comprende più di trenta affioramenti.

Le tracce sono attribuite a prosauropodi del Triassico superiore, dinosauri erbivori antenati dei grandi sauropodi del Giurassico. In alcuni punti sono state rilevate fino a sei impronte per metro quadrato e lo stato di conservazione permette di distinguere ancora la forma delle dita e degli artigli. Gli studi proseguono nell’ambito del progetto “Paleo Stelvio”, promosso dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Como, Lecco, Sondrio e Varese in collaborazione con il Museo di Storia Naturale di Milano, con il supporto dell’Università degli Studi di Milano, del MUSE, del Parco nazionale dello Stelvio e del Comune di Valdidentro. Le ricerche stanno contribuendo a definire l’importanza paleontologica dell’area.

Il patrimonio della provincia comprende testimonianze molto diverse per epoca e natura, dalle rocce e dai minerali ai fossili, dalle tracce delle glaciazioni alle incisioni rupestri, fino alle impronte di dinosauri della Valle di Fraele: elementi che documentano, su scale temporali molto diverse, i processi naturali e le trasformazioni che hanno contribuito a formare il paesaggio alpino.

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