ROMA – “Il lutto è il lutto. Non importa qual è il colore della tua bandiera, se verde o bianca e azzurra. Il dolore, le lacrime, non hanno affiliazione politica e sono uguali sia che appartengano agli israeliani che ai palestinesi”.
Nel giorno del terzo anniversario degli assalti armati di Hamas nel sud di Israele, che causarono circa 1.200 morti, con l’Agenzia Dire da Giaffa parla Robi Damelin, esponente di Parents Circle – Families Forum, associazione candidata al Premio Nobel per la pace 2026: dal 1995 riunisce genitori e familiari israeliani e palestinesi che hanno subito la morte dei propri cari nel conflitto.
LA MORTE DEL FIGLIO E LA RICERCA DEI FAMILIARI DELL’ASSASSINO
E’ nel marzo 2002 quando Damelin perde suo figlio David, 28 anni, ricercatore in Filosofia dell’educazione all’Università di Tel Aviv, ucciso da un combattente palestinese. Lei oggi ricorda: “Stava svolgendo il servizio militare. Era stato chiamato come riservista e fu una scelta difficile: David non voleva partire, non voleva deludere i suoi studenti che dopo due mesi sarebbero dovuti a loro volta partire, né prestare servizio nei Territori occupati”. Ma gli scrupoli del ricercatore non si limitavano a questo, sottolinea Damelin: “Conosceva – perché era già stato nell’esercito – il modo in cui i soldati trattano i palestinesi e voleva essere un esempio per gli altri, dimostrando che si poteva trattare le persone con rispetto”. Dopo l’omicidio, la madre decide di cercare la famiglia dell’assassino di suo figlio: “Mi raccontarono”, ricorda, “che da bambino aveva perso due zii, uccisi dai militari israeliani”. Da allora Damelin promuove il valore del dialogo, dell’ascolto empatico, perché “dietro a ogni persona c’è una storia” e perché “non tutto è nero e bianco”.
Damelin si sofferma sul messaggio di Parents Circle: “E’ importante soprattutto in questa terribile giornata, che ha messo in moto un enorme ciclo di violenza che rende difficile la vita tanto in Israele quanto in Palestina, e non mi riferisco solo a Gaza – di cui tutto parlano – ma anche alla Cisgiordania: dobbiamo sempre includerla. Ciò che sta accadendo laggiù è triste e molto pericoloso”. L’attivista torna al 7 ottobre di tre anni fa: “Due giorni dopo”, ricorda, “avevamo una riunione precedentemente fissata e non ho fatto altro che domandarmi cosa avremmo potuto dire o fare, se avremmo dovuto affrontare l’argomento. Ognuno – israeliani e palestinesi – erano incollati ai propri media per seguire le notizie ma sembrava di vivere in mondi paralleli, con narrative completamente diverse. Alla fine abbiamo deciso di confermare l’incontro ed è stato triste, pieno di rabbia e paura. Ma il fatto straordinario è che pur non essendo d’accordo, ognuno di noi ha ascoltato l’altro. Abbiamo capito che se lo avessimo fatto tutti, avremmo iniziato a porre fine al conflitto. Abbiamo deciso che non avremmo mai smesso”.
Da allora, “il movimento è cresciuto moltissimo, siamo quasi mille famiglie”, sottolinea Damelin: “A noi non fa piacere, perché chi si aggiunge ha subito un lutto”. L’attivista sottolinea: “Se davvero vogliamo il bene di Israele e Palestina dobbiamo metterci al servizio della pace”. L’associazione quindi organizza campi estivi in Israele e Palestina per i bambini, “per aiutarli a guarire dai loro traumi” mentre “ogni famiglia tiene incontri per raccontare la propria storia. Anche oggi, siamo impegnati in vari appuntamenti”. Secondo Damelin, però, in Israele e Palestina “il discorso si è polarizzato e prevalgono odio e violenza”. Al momento le associazioni pacifiste come Parents Circle “non vengono ascoltate dal governo o dai parlamentari della Knesset. Già ben prima di questo esecutivo, ci venne vietato di andare a parlare nelle scuole, ma ci siamo appellati a un giudice e abbiamo vinto”.
Pur non avendo affiliazione politica, l’obiettivo dell’associazione è chiaro. “Proponiamo una soluzione di lungo periodo basata sulla riconciliazione tra le parti e che questa sia integrata in qualsiasi processo politico di pace”, spiega l’attivista. “Crediamo che i parenti delle vittime debbano svolgere un ruolo centrale”. Damelin conclude: “Quello che molti non capiscono è che senza riconciliazione non faremo altro che passare da un accordo di cessate il fuoco all’altro”.
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