Milano, 8 ott. (askanews) – La Cantina piemontese Michele Chiarlo celebra quest’anno settant’anni di attività, ripercorrendo una storia iniziata nel 1956 a Calamandrana (Asti) e strettamente legata alla trasformazione della viticoltura delle Langhe e del Monferrato. Fondata da Michele Chiarlo, l’azienda ha attraversato il passaggio da un Piemonte nel quale il vino era ancora prevalentemente destinato al consumo quotidiano a una regione affermatasi sui mercati internazionali per la qualità delle proprie produzioni. Un percorso al quale il celebre produttore, scomparso nel 2023 a 88 anni, ha contribuito soprattutto attraverso la valorizzazione della Barbera d’Asti, l’attenzione alle caratteristiche dei singoli vigneti e, più recentemente, lo sviluppo di iniziative che hanno avvicinato il mondo del vino all’arte contemporanea e all’ospitalità.
Le radici di questa esperienza risalgono all’attività del padre Pietro Chiarlo, nato nel 1898 a Bubbio (Asti) e impegnato fin da giovane nel lavoro agricolo. Nel 1939 Pietro tornò a Calamandrana, dove insieme con il fratello Felice recuperò terreni e reimpiantò vigneti. Dal 1952 al 1980 fu presidente della Cantina sociale del paese, partecipando allo sviluppo della viticoltura cooperativa locale. Michele, nato nel 1935, crebbe in questo ambiente e frequentò la scuola enologica di Alba (Cuneo), dove ebbe tra i compagni di studi Renato Ratti, Ezio Rivella, Franco Ziliani, Giuliano Noè e Giacomo Tachis, destinati a diventare figure fondamentali dell’enologia italiana. Quando nel 1956 avviò la propria attività, disponeva quindi di una formazione tecnica e di una conoscenza diretta delle condizioni economiche e produttive delle colline piemontesi. Già nel 1958 imbottigliò la prima vendemmia di Barolo con il proprio nome.
Una parte importante della sua ricerca riguardò la Barbera, vitigno allora associato soprattutto ai vini da consumo quotidiano, apprezzati per la loro immediatezza e per l’acidità pronunciata. Chiarlo individuò nella selezione delle uve e nel controllo dei processi di vinificazione la possibilità di ottenere prodotti più strutturati e adatti all’invecchiamento. Nel 1974 fu tra i primi produttori a realizzare una Barbera sottoposta a fermentazione malolattica, contribuendo a ridurre l’acidità percepita e a modificare l’equilibrio del vino. Nel 1978 arrivarono le prime selezioni di Barolo, Barbaresco e Barbera d’Asti, mentre negli anni Ottanta Chiarlo adottò pratiche agronomiche come il diradamento dei grappoli, privilegiando il contenimento delle rese rispetto alla quantità prodotta. Parallelamente sviluppò l’attività sui mercati esteri, iniziata già nella seconda metà degli anni Sessanta attraverso viaggi commerciali nel Nord Europa e negli Stati Uniti. L’obiettivo era accreditare i vini piemontesi, e in particolare la Barbera d’Asti, presso importatori e consumatori che conoscevano ancora poco le diverse aree vitivinicole italiane. Nel 1987 Chiarlo partecipò alla fondazione del Consorzio Grandi Vini, associazione nata per sostenere la presenza internazionale dei produttori italiani di qualità.
Il lavoro sulla Barbera interessò anche l’area di Nizza Monferrato, dove alcuni produttori iniziarono a distinguere le potenzialità delle vigne più vocate rispetto alla produzione complessiva della Denominazione. Chiarlo partecipò al percorso che avrebbe portato alla nascita del Nizza Docg, riconosciuto nel 2014, contribuendo alla definizione di un’identità fondata sulla Barbera e sulle caratteristiche delle colline comprese nell’areale. Il confronto tra viticoltori ed enologi si concentrò in particolare sulla delimitazione della zona, sulle rese e sui tempi di affinamento, elementi destinati a distinguere il Nizza dalla più ampia Barbera d’Asti Docg. Un’attenzione analoga alle singole provenienze caratterizzò gli investimenti nelle Langhe. Nel 1988 l’azienda acquisì appezzamenti a Cerequio, storico cru del Barolo situato tra La Morra (Cuneo) e Barolo (Cuneo), mentre l’anno successivo arrivò a Cannubi, un altro dei vigneti più conosciuti della Denominazione. Si trattava di luoghi la cui reputazione precedeva di molto la moderna classificazione delle menzioni geografiche aggiuntive. Già nell’Ottocento, infatti, gli studi sulla viticoltura piemontese distinguevano le migliori posizioni delle colline delle Langhe. Lorenzo Fantini, nella sua opera sulla viticoltura della provincia di Cuneo pubblicata nel 1880, definiva Cerequio una ‘posizione sceltissima’.
Nel 1995 l’azienda acquistò la Tenuta La Court, a Castelnuovo Calcea (Asti), venti ettari nel Monferrato destinati a diventare uno dei principali riferimenti per la produzione di Barbera d’Asti e, successivamente, di Nizza Docg. L’acquisizione consolidò la presenza aziendale in un territorio sul quale Chiarlo aveva investito fin dagli esordi. Negli anni il patrimonio viticolo si è ampliato comprendendo Asili e Faset nell’area del Barbaresco e Rovereto nella zona del Gavi. La Cantina ha così sviluppato una gamma articolata tra diverse Denominazioni, privilegiando le varietà tradizionali del Piemonte. La Tenuta La Court sarebbe diventata anche il luogo di una delle iniziative culturali più conosciute dell’azienda. Nel 2003 Michele Chiarlo inaugurò l’Art Park La Court, affidandone la direzione artistica a Giancarlo Ferraris, pittore di Nizza Monferrato con il quale collaborava da tempo per la realizzazione delle etichette. Ferraris coinvolse ceramisti, scultori, mosaicisti, pittori e artigiani, trasformando le vigne in uno spazio di lavoro condiviso. Al progetto parteciparono artisti come Emanuele Luzzati, Ugo Nespolo, Mark Cooper e Chris Bangle, con opere concepite in relazione alle caratteristiche del luogo.
Tra il 2003 e il 2010 il parco ospitò incontri, esposizioni, laboratori e appuntamenti culturali che permisero al pubblico di frequentare la Tenuta anche al di fuori delle tradizionali occasioni di degustazione. Nel 2014 il paesaggio vitivinicolo di cui fa parte La Court ha ottenuto il riconoscimento Unesco nell’ambito del sito ‘I Paesaggi Vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato’, che comprende alcune delle aree storicamente più rappresentative della produzione vinicola regionale. Nel 2011 la famiglia Chiarlo ampliò le proprie attività di accoglienza con l’apertura di Palás Cerequio, relais ricavato dal recupero di una borgata storica nel cuore dell’omonimo cru del Barolo. La struttura affianca all’ospitalità la possibilità di approfondire la conoscenza dei vini e dei vigneti delle Langhe. Nell’ottobre 2024 è stato inaugurato il ‘Cannubi Path’, percorso artistico realizzato da Ugo Nespolo sulla collina di Cannubi e dedicato a Michele Chiarlo, scomparso l’anno precedente. Le installazioni ricordano anche il sodalizio ultradecennale tra il produttore e l’artista, dando seguito al desiderio di Chiarlo di rendere la storica collina accessibile ai visitatori attraverso un itinerario tra i vigneti.
Oggi Michele Chiarlo coltiva circa 110 ettari di vigneti tra Langhe, Monferrato e Gavi. La gestione è affidata a Stefano e Alberto Chiarlo, figli del fondatore, che hanno sviluppato competenze complementari: Stefano segue principalmente gli aspetti agricoli ed enologici, mentre Alberto si occupa dell’area commerciale e del marketing. L’azienda aderisce dal 2011 al programma ministeriale V.I.V.A., dedicato alla valutazione della sostenibilità della filiera vitivinicola, e ha progressivamente ampliato la propria presenza internazionale. Dal 2022 alcune delle sue etichette sono distribuite anche attraverso La Place de Bordeaux, il sistema commerciale francese storicamente legato ai grandi vini di Bordeaux e successivamente aperto a produzioni di altri territori. ‘Settant’anni rappresentano un traguardo importante, ma soprattutto la conferma di un percorso costruito nel tempo e di un rapporto sempre più profondo con i nostri vigneti’ ha dichiarato Stefano Chiarlo, sottolineando che ‘la visione di nostro padre è partita dalla convinzione che il Piemonte avesse territori e varietà capaci di esprimere vini di grande identità. Il nostro compito è continuare a interpretarli con rispetto, affrontando le nuove sfide della viticoltura senza perdere ciò che rende unici questi luoghi’.
‘La storia di Michele Chiarlo è sempre stata legata ai luoghi da cui nascono i nostri vini, ma anche alla volontà di portarli nel mondo’ ha affermato Alberto Chiarlo, spiegando che ‘abbiamo accompagnato la crescita internazionale del Piemonte costruendo rapporti solidi e duraturi con importatori e distributori e, allo stesso tempo, aprendoci a nuove forme di racconto attraverso arte, ospitalità e paesaggio. Crediamo che il futuro passi dalla capacità di continuare a raccontare il territorio senza perdere autenticità’. La continuità dell’impresa familiare coinvolge ora anche la generazione successiva: i figli di Stefano e Alberto stanno completando i rispettivi percorsi di studio e maturando le prime esperienze professionali, alcune già collegate al settore vitivinicolo.
