ROMA – A meno di due settimane alle legislative di martedì 27 ottobre in Israele, si aprono a partire da oggi i seggi per le missioni diplomatiche all’estero: 99 sedi e 101 seggi per circa 4.800 aventi diritto, come riporta il Times of Israel, tra ambasciatori, membri dello staff e le loro famiglie. A sfidarsi nell’urna sono due blocchi ben definiti: da un lato quello del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu, dall’altro l’alleanza di opposizioni guidata dall’ex capo delle Forze armate Gadi Eisenkot. Finora, i sondaggi hanno mostrato gli schieramenti superarsi a vicenda, ma ancora non si è imposto un blocco che possa sperare di ottenere la maggioranza dei 61 seggi sui 120 alla Knesset, il parlamento israliano.
Una situazione che rende ancora più importanti i piccoli partiti, come quello del ministro Itamar Ben-Gvir – che preme per l’annessione piena dei Territori occupati e sostiene apertamente le azioni dei coloni – a cui i sondaggi attribuiscono tra i 6 e i 9 seggi. Oppure, i partiti arabi, che insieme non riescono a formare una forza compatta.
L’attacco subito da Hamas il 7 ottobre e i tre anni di guerra che ne sono seguiti intanto dominano la campagna elettorale.Netanyahu cerca la riconferma per il settimo mandato presentandosi come il leader “determinato” che rivendica l’uccisione dei vertici di Hamas a Gaza e di Hezbollah in Libano, l’occupazione di quasi il 70% della Striscia, del Libano meridionale e delle Alture del Golan siriane, e quindi una supposta capacità di aver “cambiato il volto del Medio oriente”.Col suo partito Likud – dell’ala sionista, conservatrice e nazionalista – corrono le forze nazionaliste ebraiche: Potere ebraico (Otzma Yehudit) di Itamar Ben-Gvir; il Partito Sionista Religioso (HaTzionut HaDatit) di Bezalel Smotrich, e poi l’alleanza di ultraortodossi Ebraismo della Torah Unito (Yahadut HaTora HaMeuhedet), Shas e il Popolo d’Israele.
Lo schieramento d’opposizione è guidato invece da Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell’Esercito e attuale leader di Yashar (‘Diritto’), partito di orientamento sionista da lui stesso fondato l’anno scorso. In programma, una commissione di inchiesta sulla strage del 7 ottobre 2023.
L’obiettivo è sfruttare le accuse mosse contro Netanyahu di non aver saputo (o per alcuni, voluto) prevenire l’aggressione di Hamas, unita all’irrigidimento nei rapporti con l’amministrazione Trump. La centralità delle forze armate resta anche nel programma di questo arco politico: tra le proposte principali c’è la definitiva estensione del servizio di leva per tutti i cittadini, compresi quindi anche gli ultraortodossi ‘Haredim’ e gli israeliani arabi, in un Paese in cui il servizio militare è già obbligatorio per uomini e donne una volta ottenuto il diploma di scuola superiore.
Concetti come la “lotta al terrorismo” e il “rafforzamento della nazione e dell’identità ebraica” assorbono i programmi anche dei partiti laici, con ricadute però sul piano economico. Sebbene il sistema produttivo israeliano abbia dato prova di resilienza, il prolungarsi delle campagne militari e la politica di controllare in modo permanente i territori occupati richiede risorse non solo finanziarie, ma anche umane, e più coscritti potrebbe tradursi in minor manodopera per le aziende. Una sfida a cui l’alleanza guidata dal Likud non fornisce una risposta chiara, concentrandosi storicamente sul tema della sicurezza.Eisenkot sta invece facendo della lotta al carovita una bandiera del suo programma.
Tutti nodi che peseranno sulle scelte di voto, tra cui anche la guerra all’Iran: un sondaggio di giugno (realizzato dalla Hebrew University di Jerusalem con l’Istituto Agam e rilanciato dai media locali) ha rivelato che dopo il sostegno iniziale, più del 90% degli israeliani si dice certo che Teheran sia il vincitore del conflitto mentre per l’82% Israele ne esce un Paese meno sicuro.Grande assente dal dibattito e dai programmi elettorali, come evidenziano ancora i media locali è l’impatto umanitario e sui civili delle operazioni militari a Gaza e in Libano. In totale, queste hanno causato lo sfollamento di oltre tre milioni di persone, mentre l’Onu avverte che più dell’80% degli edifici di Gaza è distrutto. Qui, i morti sono oltre 74mila – di cui un terzo bambini – mentre proseguono le denunce di violazioni del cessate il fuoco, come hanno dichiarato il 10 ottobre, a un anno dalla sigla dell’accordo con Hamas, oltre cento organizzazioni umanitarie. Parallelamente prosegue l’escalation in Cisgiordania e Gerusalemme Est, dove a nulla sembrano servire gli appelli dei vertici delle Idf – l’ultimo ieri, del capo di Stato maggiore Eyal Zamir – che vedono “seri pericoli” nelle azioni dei coloni.
Così la fiducia nella soluzione dei due stati crolla nei sondaggi al punto più basso degli ultimi dieci anni. Lo rivela il Pew Research Center, secondo cui solo il 17% degli israeliani crede ancora nella coesistenza pacifica, contro appena il 21% dei palestinesi. Un tema che, insieme a quello umanitario, sta deteriorando le relazioni di Israele con diversi governi e opinioni pubbliche a livello globale, anche per via di chi lo accusa di “apartheid”, “pulizia etnica” e “genocidio” a danno dei palestinesi.Qualunque esso sia, dunque, il prossimo governo israeliano dovrà gestire le campagne militari, rispondendo alle esigenze di sicurezza del Paese senza gravare troppo sull’economia e i servizi pubblici e, al contempo, ristabilire rapporti di fiducia tanto all’interno, quanto a livello internazionale.
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