La decisione di Zenita Group di chiudere la sede di Napoli e concentrare le attività su Roma e Salerno solleva interrogativi profondi sul piano industriale presentato dall’azienda. Al di là delle formule organizzative e delle motivazioni ufficiali, resta una domanda semplice e concreta: perché abbandonare Napoli, dove esiste da anni una realtà produttiva consolidata, costringendo decine di lavoratori a stravolgere la propria vita professionale e familiare?
Secondo quanto comunicato dall’azienda, circa cinquanta dipendenti dovrebbero trasferirsi a Roma, mentre gli altri sarebbero destinati alla sede di Salerno. Una scelta che viene presentata come una riorganizzazione senza impatti occupazionali, ma che nella realtà rischia di avere conseguenze pesantissime sui lavoratori.
Trasferirsi da Napoli a Roma significa affrontare costi enormi, tempi di percorrenza insostenibili e, per molti, la necessità di cambiare radicalmente il proprio equilibrio familiare. Anche il trasferimento verso Salerno, apparentemente meno problematico, comporta comunque disagi quotidiani, aumento delle spese e una significativa modifica delle condizioni di lavoro. Non si può ignorare che dietro ogni numero vi siano persone, famiglie, mutui, figli e responsabilità costruite nel tempo attorno a una sede che oggi viene cancellata.
Ancora più difficile da comprendere è la logica industriale della scelta. Napoli rappresenta una delle principali aree metropolitane italiane, con università di eccellenza, centri di ricerca, competenze tecnologiche e un bacino professionale vastissimo. Se l’obiettivo dichiarato è quello di attrarre talenti e sviluppare innovazione, appare quantomeno discutibile sostenere che ciò possa avvenire meglio allontanandosi da una città che da anni forma migliaia di professionisti altamente qualificati.
La sensazione è che si stia assistendo non a un vero progetto di sviluppo, ma a una semplice operazione di accentramento organizzativo, nella quale il peso delle decisioni viene scaricato quasi esclusivamente sui lavoratori. E quando un piano industriale produce come primo effetto la chiusura di una sede storica e l’imposizione di trasferimenti collettivi, è legittimo chiedersi se siano state realmente valutate tutte le alternative possibili.
Napoli continua a perdere presidi industriali e occupazionali mentre si moltiplicano i discorsi sulla necessità di investire nel Mezzogiorno e valorizzarne le competenze. La chiusura della sede Zenita va esattamente nella direzione opposta: indebolisce il territorio, riduce la presenza produttiva in città e manda un messaggio scoraggiante a chi ha scelto di costruire qui il proprio futuro professionale.
Per questo la mobilitazione dei lavoratori non riguarda soltanto chi è direttamente coinvolto. È una questione che interessa l’intero tessuto economico e sociale napoletano. Le istituzioni locali, regionali e nazionali devono chiedere all’azienda spiegazioni chiare e verificare se una scelta così impattante sia davvero necessaria e giustificata.
Perché, ad oggi, una risposta convincente alla domanda fondamentale continua a mancare: per quale motivo lasciare Napoli per trasferire attività e persone a Roma e Salerno, creando enormi difficoltà ai lavoratori e impoverendo ulteriormente il territorio partenopeo? Finché questa risposta non arriverà, la contrarietà dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali appare non solo comprensibile, ma pienamente legittima.
