Yoga. L’onda del respiro, il libro firmato da Stefania Valbusa e Gian Renato Marchisio in vendita dal 26 Giugno in tutte le librerie
Nel 2025, l’Italia conta sei milioni di praticanti di yoga, pari a quasi il 10% della popolazione, una cifra triplicata rispetto a soli sei anni fa. Questo mercato del benessere vive una crescita inarrestabile, avendo ormai superato i 2 miliardi di euro.
Eppure, dietro a questi numeri si nasconde un paradosso tipico dell’epoca digitale: una ricerca ossessiva di equilibrio che si scontra con un quotidiano in cui la mente è strutturalmente altrove, costantemente dispersa tra notifiche e scroll infiniti che hanno fagocitato la nostra capacità di sentire il corpo.
In risposta a questo smarrimento collettivo, arriva un nuovo progetto editoriale: si intitola “Yoga. L’onda del respiro” (sottotitolo “Accordare il corpo e liberare la mente al ritmo del vinyasa”) e il libro è in vendita dal 26 Giugno in tutte le librerie.
Pubblicato da Macro Edizioni – nota casa editrice nel settore salute e benessere – e presentato ufficialmente al Salone del Libro di Torino con un firma copie sabato 16 maggio a cui seguiranno altri eventi in tutta Italia, il volume punta a uscire dalla nicchia degli addetti ai lavori per rivolgersi al grande pubblico.
Gli autori sono Stefania Valbusa e Gian Renato Marchisio, insegnanti torinesi che rientrano tra i pochissimi in Italia ad essere ufficialmente autorizzati a insegnare l’Ashtanga Vinyasa Yoga secondo la tradizione di Sri K. Pattabhi Jois e Sharath Jois.
Questo è il loro secondo progetto, successivo ad “Ashtanga Yoga. Corpo, respiro, movimento nella pratica del Vinyasa” pubblicato nel 2021. Ma se il primo era una guida analitica alle sequenze, questa nuova opera esplora un territorio molto più intimo e profondo: il respiro non solo come guida del movimento, ma come vero e proprio strumento per riorganizzare il sistema nervoso e spezzare i condizionamenti automatici.
Per comprendere l’urgenza di questo libro, occorre guardare al contesto sociale. Come illustrano gli autori, se nel 1936 il film Tempi moderni di Charlie Chaplin denunciava l’alienazione causata dalla catena di montaggio meccanizzata, oggi la tecnologia alimenta un’illusione di costante connessione che, in realtà, assottiglia il nostro dialogo interiore.
“Quello che noi riscontriamo guardandoci intorno è che tutti abbiamo lo stesso problema: viviamo fortemente delocalizzati”, spiega Stefania Valbusa. “Nell’arco di una mezz’ora attaccati al cellulare abbiamo viaggiato praticamente ovunque con la mente. La grossa difficoltà di questo periodo storico è riportare la mente nel corpo”.
Il libro di Valbusa e Marchisio, avvalorato dal riconoscimento e dalle prefazioni di Senior Teacher internazionali delle tradizioni Ashtanga e Iyengar Yoga, si smarca da tutto questo integrando con grande rigore scientifico neuroscienze, biomeccanica, fisiologia e filosofia.
La critica alle derive della mindfulness aziendale è affilata, e deriva dall’esperienza diretta di Valbusa, che in passato ha lavorato anche come Executive Coach.
Laureata in Scienze Politiche con specializzazione in diritto internazionale, Valbusa ha vissuto per vent’anni ritmi di lavoro insostenibili nel settore dell’editoria e della comunicazione. Avvicinatasi allo yoga verso i 40 anni, ha poi conseguito un Master in Yoga Studies presso l’Università Ca’ Foscari.
“Le tecniche di mindfulness adottate dalle aziende sono spesso molto finalizzate a portare all’accettazione di un determinato quadro”, afferma la stessa Valbusa.
Nel 2010, anno in cui è nata la loro figlia, Valbusa ha lasciato il suo vecchio settore per fondare con Marchisio – laureato in Filosofia delle Religioni all’Università di Torino e già insegnante Iyengar – lo Yoga Sutra Studio. Da oltre 15 anni questa “shala”, situata nel cuore di Torino vicino a Piazza Vittorio Veneto, accoglie allievi tra i 16 e i 65 anni offrendo uno spazio che si oppone radicalmente alla disumanizzazione.
“Noi abbiamo spostato l’asse su altro: in una shala yoga si lavora con le persone e le persone, attraverso la pratica, si liberano anche dai condizionamenti imposti da un contesto esterno e scelgono per loro stesse”, spiega Marchisio. Aggiungendo: “Noi non agiamo mai sulle persone, ma sulle condizioni che rendono possibile la percezione”.
Di fronte all’inquietudine di scomparire o di perdere consistenza sociale se ci si ferma, interiorizziamo un enorme senso di colpa quando riposiamo e l’ansia quando non produciamo.
La vera rivoluzione non è quindi correre più veloce, ma trovare il coraggio di fermarsi. È qui che entra in gioco il vinyasa, la pratica in cui il respiro guida il movimento, permettendo alla mente di stabilizzarsi, acquietarsi dal bombardamento di stimoli e accogliere i ritmi respiratori, cardiaci ed energetici.
Grazie al respiro si guarisce la dissociazione e si torna a percepire lo spazio dentro e fuori di sé, recuperando la libertà di scelta. Così, il corpo smette finalmente di essere “amministrato” e torna, di diritto, a essere abitato.
