venerdì, 9 Ottobre 26

Vincenzo Costanzo: un trono vicino al sol

AttualitàVincenzo Costanzo: un trono vicino al sol

Il tenore napoletano debutta il 2 ottobre al teatro Verdi di Busseto il ruolo di Radames nell’Aida del Festival Verdi, nella celeberrima regia e allestimento di Franco Zeffirelli. Un cast di professionisti di tutti debuttanti nel ruolo, da Federica Vitali a Teresa Iervolino, da Hae Kang a Aleksei Kulagin, sino al Maestro Giuseppe Mengoli, voluto fortemente da Alessio Vlad

Il Festival Verdi, firmato da Alessio Vlad, presenta dal 2 al 25 ottobre con la generale aperta del 29 settembre, nel teatro Verdi di Busseto, l’Aida di Giuseppe Verdi. L’allestimento è quello dell’“Aidina” di Franco Zeffirelli, qui ripreso da Stefano Trespidi.

Il soggetto o il colore coloniale di un’opera d’arte dei due ultimi secoli non appartiene alla storia esterna, ma deve essere considerato interattivo rispetto ai valori estetici che non ne vengono necessariamente sminuiti, ma co-determinati. Sono ibridi che appartengono e vanno giudicati, in base all’appartenenza a due diversi regimi culturali, della metropoli e del paese d’oltremare. Valgono per ciò che includono e per ciò che escludono.

Aida può porsi comodamente accanto alle letture di Kipling, Conrad e Camus, per andare a scoprire un Verdi che non sembra, almeno all’inizio, particolarmente coinvolto nel problema egiziano e in lui, dunque, la deformazione orientalista si esprime in totale innocenza.

Per la prima volta, il compositore, sempre vessato dalle direzioni dei teatri e dai capricci dei cantanti, ottiene un controllo totale, quasi wagneriano sull’allestimento dell’opera, realizza una concezione imperialista dell’artista proprio grazie a una concezione imperialista del mondo non europeo, le cui richieste in materia erano pressoché nulle.

Significativa è anche la scelta di rappresentare la gloria dell’Egitto, cui Ismail teneva in misura inversa allo scarso potere contrattuale politico, non in riferimento al presente arabo-islamico, i cui echi di maniera risuonano in molte danze e intonazioni, ma al passato faraonico, già legittimato dall’egittomania massonico-illuminista del Settecento (ricordiamo il tempio di Sarastro), poi dilagato con la conquista napoleonica.

La storia è riscritta, quindi, in funzione dell’Impero, con relativo commento musicale. Ci sono diversi momenti della partitura un po’ opachi o poco decifrabili, come se Verdi fosse restato prigioniero di una storia e di un clima che non riusciva a condividere. Ma è un Verdi sperimentatore quello di Aida, che fa ricorso a insolite modulazioni, oscillazioni tonali, stilemi arcaicizzanti, compreso il fugato e richiami modali nei cori, che troveranno sviluppo, poi, nell’Otello, anch’esso a suo modo orientaleggiante, e nel Falstaff.

Agisce, probabilmente, se non l’influenza, certo la concorrenza con Wagner, compreso l’uso occasionale di leitmotive, e si arriva perfino ad anticipare atmosfere post-wagneriane e non solo per l’esotismo delle danze, che già fanno pensare alla Salomè straussiana. La funebre rigidezza che a volte spira dalla musica, un po’ effetto musealizzazione, un po’ presagio neoclassico, contribuisce alla modernità armonica del canto e della ricchissima orchestrazione, sconcertando un ascoltatore abituale di Verdi.

Si aggiunga che lo schema drammatico è una particolare variazione della struttura conflittuale soggiacente allo standard psicologico-vocale operistico: come in Norma e in Carmen abbiamo una coppia (soprano-mezzosoprano) che si contende il tenore, mantenendo rapporti di parziale solidarietà, (la finale pietà di Amneris), sovradeterminata da un potere paterno del basso (qui doppio, il re etiope, Amonastro, interpretato da Hae Kang, per Aida che avrà la voce del soprano Federica Vitali, e il faraone Ramfis, Aleksei Kulagin, per Amneris, impersonata da Teresa Iervolino) e dal riferimento a un padre sacerdote, che in Norma è il padre vero della protagonista, qui è concorrente al Faraone, mentre in Carmen la Legge del Padre, in mancanza di un genitore naturale, è risolta nell’astrazione dell’autorità, spartita fra Zuniga (la gerarchia militare) ed Escamillo (la virilità sportiva).

Lo schema messo in movimento propone, al solito la diserzione, il venir meno ai doveri di odio e autorità, che nel caso di Aida si manifestano in una più complessa ripartizione dei ruoli: Aida inganna il suo popolo e suo padre innamorandosi di Radamès tradendolo, poi, inducendolo a rivelare involontariamente i segreti militari, quindi, invitandolo a fuggire con lei verso l’Etiopia; Amneris prima sollecita la punizione dei traditori, poi si sforza di salvare almeno Radamès; Amonastro cerca di imbrogliare sia la figlia che il Faraone, mostrandosi sottomesso.

L’amore si batte inutilmente contro le ragioni della politica e della superstizione elevata a potere. L’elogio del tradimento sprofonda nel lutto, mentre l’esotismo è solo un contorno.Un radicale pessimismo conduce dalla marcia trionfale e dalle continue allusioni celesti all’oscurità della tomba e il nuovo cielo che si schiude è speranza fievole come l’ultima canzone di Desdemona. Il coro “Immenso Ftah” che copre lo straziante addio dei due amanti è il funebre suggello di quel ciclo storico che si era aperto nella baldanza aurorale degli inni egizi del Die Zauberflote.

Debutta nel ruolo di Radames il tenore napoletano Vincenzo Costanzo “Accetto questo momento positivo – ha dichiarato il tenore – con grande consapevolezza: debuttare un nuovo ruolo ogni mese rappresenta una fase professionale estremamente delicata, per la quale mi sento tuttavia preparato.

Sapevo che prima o poi questo punto di svolta sarebbe arrivato nella mia vita. Canto ormai da circa sedici anni – avendo iniziato nel 2012 – e dopo anni trascorsi ad affrontare per lo più il medesimo repertorio, il pubblico e la critica hanno iniziato a chiedermi qualcosa in più. È così che tutte queste nuove opportunità sono giunte simultaneamente.

Tra i vari debutti previsti, dopo l’Andrea Chenier, Calaf e una Cavalleria Rusticana, l’impegno all’interno del Festival Verdi rappresenta un vero e proprio punto fermo della mia stagione, che continuerà con il debutto in Fedora che inaugurerà La Fenice e quindi Siberia, oltre che un caposaldo dell’opera italiana.

Affrontare un titolo come Aida, si sta rivelando un balsamo per le corde vocali: quando un ruolo è scritto così bene e lo si affronta con la corretta tecnica vocale, la performance risulta fluida e priva di costrizioni musicali o vocali. È un privilegio lavorare in un contesto di questo calibro, sotto la guida registica di Stefano Trespidi, un’intesa artistica che si incastra meravigliosamente con le esigenze del cast.

Sono particolarmente felice di condividere il palcoscenico con colleghi che, come me, affrontano per la prima volta i rispettivi ruoli in questa produzione, creando un clima di felice e condivisa scoperta, unitamente alla direzione musicale di Giuseppe Mengoli, che è alla testa della Filarmonica Toscana e del Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani.

Tutta la mia ammirazione va alla figura di Alessio Vlad, la cui visione e il cui coraggio istituzionale si traducono nel costante sostegno alle nuove generazioni di artisti. La sua costante presenza in sala durante l’intero iter di prove, testimonia un approccio essenziale per la tutela e lo sviluppo del patrimonio operistico.

Celebrare i trentacinque anni di età e i sedici di carriera coincidono con questo debutto riconferma il profondo legame tra la passione professionale e la costante crescita artistica all’interno del circuito lirico.

Ripercorrere questo decennio, dall’esperienza a Piacenza del debutto nel ruolo di Riccardo del “Ballo in maschera”, ancora Verdi al San Carlo per il mio compleanno lo scorso anno, fino al traguardo dei trentacinque anni che festeggerò proprio su questo palco, evidenzia un percorso artistico e personale improntato alla tenacia e alla costante dedizione allo studio.

Faccio mia la celebre massima di Winston Churchill, che sintetizza perfettamente questo spirito: “Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale: ciò che conta è il coraggio di andare avanti” (“Success is not final, failure is not fatal: it is the courage to continue that counts”).

In un percorso professionale e umano, le parole cedono il passo ai fatti concreti e alla musica vissuta sul campo. L’approccio alla tecnica vocale basato sul canto “sul fiato” e sulla gestione controllata costituisce il pilastro fondamentale della scuola lirica italiana, indispensabile per garantire la longevità dell’organo vocale ed evitare forzature dannose.

Il mio pensiero va a colui che mi fece innamorare di Aida e di Radames in Arena, da ragazzetto, Piero Giuliacci, capace di richiamare un ideale estetico fatto di sfumature, senza uso del falsettone, ma in appoggio pieno. La memoria di questi maestri e interpreti guida il mio lavoro quotidiano lasciando un’impronta indelebile nella costruzione della mia identità e consapevolezza interpretativa”.

Il cast di debuttanti è completato dall’esperto Re, Lorenzo Mazzucchelli, con la partecipazione per i ruoli del messaggero e della sacerdotessa di due allievi dell’Accademia Verdiana, Francesco Congiu ed Elzbieta Maria Warcaba.

“Una mia scelta questo cast di debuttanti – ha continuato il Maestro Alessio Vlad direttore artistico del Regio di Parma e del Festival Verdi – per quest’opera di repertorio, per recuperare l’idea di una verginità espressiva, intesa come assenza di sovrastrutture o d’abitudine, che porta con sé un’attenzione e la responsabilità di chi si gioca l’occasione per lasciare un segno e i Festival devono fare ciò, ovvero proporre il nuovo.

Abbiamo un angelo con noi e sopra di noi che è Franco Zeffirelli. Ricordo di aver assistito alle prove di questa Aida nel 2001. Ero venuto qui per fargli ascoltare le musiche che avevo scritto per la sua Callas forever e vi rimasi una intera settimana. E’ ancora nei miei occhi il continuo beccarsi con Bergonzi, nel palchetto di boccascena, durante le prove, ombre che svanivano appena fuori del teatro, naturalmente, a tavola”.

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