venerdì, 9 Ottobre 26

La (lunghissima) risposta dell’esercito israeliano, punto per punto, alle accuse di NAZA

MondoLa (lunghissima) risposta dell’esercito israeliano, punto per punto, alle accuse di NAZA

ROMA – Mentre “NAZA” parla e fa parlare nelle sale di tutto il mondo – innescando un dibattito politico in auto-alimentazione fin dalla presentazione a Venezia, dove ha vinto il Premio speciale della giuria – le Forze di Difesa Israeliane (le IDF) hanno diffuso una risposta molto articolata (eufemismo) al documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor che ricostruisce, attraverso testimonianze anonime di ex appartenenti all’intelligence, il processo di individuazione degli obiettivi nella guerra a Gaza.

Solo il comunicato stampa che accompagna la risposta completa (che potete leggere qui) è lungo 35.000 battute circa, 5.500 parole.

Il documento definisce il quadro offerto dal film “distorto, fuorviante e ingannevole”. L’esercito precisa di aver basato la propria analisi sul resoconto di un proprio rappresentante presente a una proiezione pubblica, su altre testimonianze e sulle dichiarazioni dei registi, perchè le richieste di visionare l’opera e di ricevere dettagli sui singoli episodi sarebbero rimaste senza esito. Secondo le IDF, le accuse non sono state sottoposte all’esercito prima della pubblicazione.

Sul piano metodologico, la replica si regge su un’obiezione di fondo. Gli intervistati, descritti come ex analisti, avrebbero conosciuto soltanto la fase preliminare, mentre l’approvazione degli attacchi compete agli organi operativi, con la revisione di consulenti legali militari indipendenti. Le IDF rilevano inoltre che il film non indicherebbe obiettivi, date o luoghi specifici, rendendo le affermazioni non verificabili.

Il capitolo più corposo della risposta dell’esercito israeliano è quello sul dettaglio delle singole accuse. La prima – e più grave – riguarda l’autorizzazione a uccidere 500 civili in un unico attacco. Le IDF affermano di non aver mai pianificato, approvato o eseguito un’operazione con un numero previsto di vittime simile, e che nessuno abbia mai sostenuto seriamente il contrario.

Strettamente connessa è la questione delle soglie attribuite al sistema “Lavender”: fino a 20 vittime civili previste per gli affiliati di rango inferiore, fino a 200 per i comandanti di grado superiore. Secondo l’esercito, l’intervistato avrebbe scambiato una soglia di autorizzazione, che stabilisce a quale livello gerarchico spetti l’approvazione, per un numero di vittime consentito. I regolamenti, dicono le IDF, non esonerano mai il comandante dalla valutazione individuale di proporzionalità, e una soglia di 200 non sarebbe mai esistita né applicata. “Lavender” viene descritto come un database che incrocia fonti di intelligence, e l’inclusione di una persona non equivale a designarla come obiettivo.

E così la posizione sull’intelligenza artificiale: gli obiettivi sarebbero individuati da analisti umani e approvati da almeno un ufficiale autorizzato, mentre gli strumenti informatici avrebbero una funzione di confronto dei dati nella fase iniziale e non selezionerebbero autonomamente chi colpire.

Una delle parti del film che più ha colpito la critica e l’opinione pubblica è il calcolo dei danni collaterali che non distingue tra adulti e minori. Le IDF rispondono con una sorta di freddissima arrampicata sugli specchi: dicono che questo principio discende dal diritto internazionale umanitario: “un civile è un civile a prescindere dall’età”. Ma aggiungono che la presenza di bambini avrebbe indotto più volte i comandanti ad annullare, rinviare o riprogrammare gli attacchi.

Sulla verifica a posteriori delle vittime, l’esercito dichiara che diverse unità esaminano gli esiti dei raid e che sono stati condotti debriefing su centinaia di incidenti. Ma concede che la propria capacità di accertare le segnalazioni è limitata, perché i soldati di norma non si trovano nei pressi dei luoghi colpiti. E in ogni caso ogni sospetta violazione viene esaminata e il Procuratore Generale Militare decide se avviare un’indagine penale.

Anche sugli spari ai civili nei siti di distribuzione degli aiuti umanitari, le IDF riconoscono “diversi tragici incidenti”, a seguito dei quali però sarebbero state emanate nuove istruzioni e adottate misure come la delimitazione delle aree operative e l’installazione di barriere e cartelli.

E’ una contestazione punto su punto, meticolosa. Riguardo all’accusa di aver bombardato edifici “secondo un algoritmo” nei quartieri in cui era rimasto un quarto degli abitanti (sul presupposto che fossero stati avvertiti di evacuare), l’esercito sostiene che un avvertimento non esoneri dal considerare la presenza di civili, che nessun algoritmo abbia deciso un attacco e che la stima dei danni attesi cominci solo dopo l’identificazione di una struttura come obiettivo militare. Quanto agli attacchi ai “quartieri”, le IDF indicano casi in cui Hamas avrebbe utilizzato interi complessi edilizi come basi operative.

L’ultima accusa è quella di “genocidio”, richiamata dalla risposta nel documentario di un intervistato. Le IDF la definiscono “oltraggiosa e infondata”, ricordando che la nozione giuridica richiede un intento specifico di distruggere un gruppo in quanto tale. A loro avviso, le operazioni perseguivano obiettivi stabiliti dalla dirigenza politica: lo smantellamento di Hamas e la liberazione degli ostaggi.

Nella parte conclusiva il documento riconosce il peso morale che, secondo diversi intervistati, comporta “la partecipazione al processo di individuazione degli obiettivi”. Ma piuttosto freddamente le IDF dicono di non ignorarlo, ma che non costituirebbe prova dell’illegittimità delle decisioni.

Il Guardian, produttore del film, ha annunciato che “al termine della programmazione cinematografica globale, Naza sarà disponibile gratuitamente per il pubblico di tutto il mondo sul suo sito.
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