ROMA – Giorgia Meloni ha usato le comunicazioni in Parlamento alla vigilia del Consiglio europeo per definire il terreno di scontro con il centrosinistra: consolidare l’asse atlantista del governo e spaccare l’opposizione sul tema NATO-Ucraina, costringendo il Movimento 5 Stelle a esplicitare una posizione (a cui Giuseppe Conte dice di non poter rinunciare, aprendo dunque un problema con i riformisti del centrosinistra) e mettendo i moderati del Partito Democratico in plateale allineamento con la linea di Palazzo Chigi sul sostegno a Kiev.
In aula si è materializzato “l’effetto palco”: gli applausi di Calenda, Delrio, Casini, Sensi, Verini e Zampa al passaggio della premier sull’Atlantismo e l’Ucraina, il gelo di M5S e Avs. Non solo, Meloni ha criticato Trump sull’accordo con la Russia per la fornitura di diesel (con risposta stizzita di Mosca) e contemporaneamente ha sottolineato l’incoerenza di Conte (anti-Usa e anti-trumpiano a parole, ma pronto a incontrare a pranzo a Roma Paolo Zampolli, figura vicina al presidente americano) per accentuare le crepe del “campo largo”.
Il contesto strategico in questo momento rafforza la leva di Palazzo Chigi: le azioni (non le parole, che in politica sono importanti solo quando diventano fatti concreti) della Russia vanno tutti nella direzione di una prosecuzione della guerra e del suo finanziamento (il Sipri di Stoccolma ha pubblicato un report che indica la spesa militare di Mosca al 40% del bilancio nel 2027, un dato che alza l’asticella del rischio strategico, non c’è nessuna de-escalation del Cremlino sulla Difesa), mentre la volatilità degli Stati Uniti (con l’inflazione al 3,7% in settembre, con ricadute reali sul sentiment degli elettori repubblicani che andranno alle urne nel voto di midterm di inizio novembre) crea turbolenza nella Casa Bianca, a questi elementi va aggiunto il rischio energetico che potrebbe diventare un allarme rosso con le crescenti tensioni nel Golfo (l’Iran sta tentando disperatamente di interrompere il flusso di petrolio nello Stretto di Hormuz e i rumors su un’azione militare subito dopo il voto in Israele e negli Stati Uniti si moltiplicano).
La premier arriva al Consiglio europeo in uno scenario magmatico che potrebbe favorire le sue posizioni su flessibilità e lotta all’inflazione, le pressioni sulle capitali europee sono grandi, Berlino e Parigi devono dare risposte ai tedeschi e ai francesi, Roma potrebbe averne un beneficio sul piano della proposta politica. Servono misure d’emergenza, mentre le scorte di gas per l’inverno in Europa non sono al massimo. Sul piano interno, i vincoli di finanza pubblica che impongono prudenza (linea Giorgetti) sono confermati, ma sembra esserci lo spazio per dare dei segnali mirati alla base elettorale del centrodestra (ipotesi del taglio IRPEF fino a 60.000 euro e aliquota al 33%).
La posta in gioco è il governo nel 2027, lo strumento per è quello di consolidare la narrativa “coerenza occidentale = responsabilità di governo”, mentre l’opposizione resta divisa sulla politica estera, confusa (e senza coperture alla spesa che emerge dalle varie dichiarazioni dei leader del centrosinistra) sulla legge di Bilancio. La campagna elettorale sta decollando proprio sui temi nei quali l’opposizione è più debole e divisa: shock geopolitici/energia e su cui per ora si registra in Parlamento (non c’è mai stata una mozione comune su guerra e pace) l’impossibilità di arrivare a una sintesi tra il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle. La cifra della giornata: Meloni ha innescato e incassato “l’effetto palco”.
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