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Vino, dopo ricambio generazionale ricavi e investimenti più alti

AttualitàVino, dopo ricambio generazionale ricavi e investimenti più alti

Milano, 16 ott. (askanews) – Le aziende vitivinicole familiari che hanno completato il passaggio generazionale registrano ricavi superiori dell’8,8% e investimenti maggiori di oltre il 18% rispetto alle altre imprese esaminate. È quanto emerge dal rapporto strategico “Visione Vino 2026 – Radici profonde, sguardo lontano”, presentato oggi, 16 ottobre, al Teatro Valentino Garavani di Voghera (Pavia), durante il primo forum della Community Visione Vino di TEHA Group.

Nel 2025 il 30,4% delle aziende vitivinicole familiari aveva già completato il passaggio generazionale, mentre il 39,2% era ancora impegnato nel processo. Il patrimonio del comparto fa capo per il 65% alle famiglie, quota che sale all’81,5% considerando anche le cooperative. L’età media degli imprenditori del vino è di 45 anni, contro i 60 del settore agricolo italiano nel suo complesso. Il dato evidenzia una presenza relativamente giovane alla guida delle aziende, pur in un contesto nel quale la successione rimane una questione aperta per molte imprese.

Il ricambio si confronta però con una struttura produttiva frammentata. Il 94,9% delle imprese vitivinicole italiane è di piccole dimensioni e realizza il 48,8% del fatturato complessivo. Le medie aziende rappresentano appena il 4,8%, ma generano il 43,9% del giro d’affari, mentre alle grandi, pari allo 0,3% del totale, corrisponde il restante 7,3%. Per TEHA, una maggiore collaborazione tra imprese, accompagnata dal rafforzamento delle competenze manageriali, finanziarie e commerciali, può favorire gli investimenti e la presenza sui mercati esteri.

“Il ricambio generazionale può diventare una grande occasione per rafforzare le imprese del vino, ma deve accompagnarsi a un salto di scala dell’intera filiera” ha spiegato Benedetta Brioschi, partner e responsabile Food & Retail di TEHA Group, sottolineando che “un sistema composto quasi interamente da piccole imprese rischia di avere meno risorse per investire, innovare e presidiare con continuità i mercati internazionali. Per vincere all’estero occorre fare sistema, aumentando contemporaneamente dimensione competitiva e riconoscibilità del vino italiano”.

Il rapporto misura anche il peso economico della filiera vitivinicola estesa, comprendendo, oltre alla produzione agricola e alla trasformazione, i servizi alle imprese, l’intermediazione, la distribuzione e la ristorazione. Nel 2025 il settore del vino in senso stretto ha generato 16,5 miliardi di euro di fatturato, ai quali si aggiungono 20,3 miliardi delle attività collegate, per un giro d’affari complessivo di 36,8 miliardi. Il valore aggiunto diretto ammonta a 15,1 miliardi, mentre il contributo economico complessivamente sostenuto, includendo gli effetti indiretti e indotti, raggiunge 40,7 miliardi di euro, equivalenti al 2,1% del Pil italiano. Oltre il 10% del valore aggiunto sostenuto dall’intera filiera agroalimentare estesa nazionale è riconducibile al vino.

La base produttiva comprende 241mila aziende agricole, oltre 1.500 imprese industriali e 681mila ettari vitati distribuiti in tutte le regioni. Nel 2025 la produzione italiana ha raggiunto 44 milioni di ettolitri, mentre le esportazioni hanno generato 7,8 miliardi di euro, un importo equivalente a circa il 47% del fatturato del settore vitivinicolo in senso stretto. Il confronto tra questi valori esprime il peso economico dell’export, pur riferendosi a grandezze rilevate secondo criteri differenti.

Il mercato presenta tuttavia segnali di difficoltà. A giugno 2026 le giacenze nelle cantine italiane ammontavano a 46,5 milioni di ettolitri, il 6,7% in più rispetto allo stesso mese del 2025. Il volume corrisponde a circa 6,2 miliardi di bottiglie da 75 centilitri, un’equivalenza che non rappresenta il numero effettivo delle bottiglie conservate. Oltre l’80% delle scorte era costituito da vini Dop e Igp. Nello stesso periodo il prezzo medio del vino italiano risultava in calo del 10% su base annua; per i vini Dop la flessione raggiungeva il 7%, con una quotazione di 1,57 euro al litro.

“Si tratta – ha chiarito Brioschi – di un disallineamento tra volumi disponibili e capacità di assorbimento della domanda che rischia di trasferire la pressione economica lungo tutta la filiera fino alla componente agricola. Per questo l’internazionalizzazione assume un ruolo centrale: non soltanto per aumentare i volumi venduti, ma per accrescere il valore generato dal vino italiano”.

Il rapporto dedica infine un’analisi alla diffusione dell’IA. Circa tre Cantine su dieci utilizzano già queste tecnologie o le stanno sperimentando, mentre il 49% delle aziende non ne fa ancora uso. Tra quelle che le hanno adottate, il 50,7% le impiega nel marketing e nella comunicazione e il 35,6% nell’analisi dei dati di vendita. Seguono la promozione enoturistica, con il 16,4%, la previsione della domanda, al 13,7%, e la gestione dell’export, all’11%. Le applicazioni agricole sono meno diffuse: l’8,2% ricorre all’IA nell’agricoltura di precisione e il 4,1% nel monitoraggio climatico. Tra i consumatori invece, il 48,6% utilizza almeno occasionalmente strumenti digitali legati al vino, principalmente per cercare informazioni e recensioni(53,1%), scoprire nuovi vini e produttori (43,2%) e acquistare online (28,7%). Fra gli utilizzatori di questi strumenti, il 40% ricorre già all’IA oppure si dichiara molto propenso a impiegarla per organizzare e prenotare esperienze enoturistiche.

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