ROMA – La crisi è un’arma a doppio taglio: chi la cavalca senza freni rischia di essere disarcionato. L’Italia è una nazione di destri, centristi, moderati, che non si dichiarano ma votano dove un tempo c’era la DC e oggi c’è il partito di Meloni. Non a caso la premier da Bruxelles ha suonato il gong per la sinistra con la tentazione barricadera: prenda le distanze dalle violenze. Manifestare non può essere devastare, con il silenzio-assenso (e l’aiutino retorico) di chi cerca di capitalizzare la protesta in maniera scomposta. Schlein, Conte e i “landinisti” riflettano: la cavalcata della rivolta sociale (studenti, autotrasportatori, agricoltori, pescatori) può ribaltarsi contro chi la alimenta, la sinistra descamisada sottovaluta la maggioranza silenziosa. Noi riconosciamo che il terreno si è spostato: serve tenere insieme competitività e consenso, perché l’utopia climatica è entrata nella fase di realismo e la legittimazione politica dipenderà dall’esito industriale, non dalla retorica. La storia di Robespierre è a disposizione di chi sa leggere e scrivere, chi gioca alla rivoluzione, di solito poi viene mangiato dalla rivoluzione.
Cosa è successo di importante a Bruxelles? Le cose reali sono quelle che non fanno il titolone sui giornali: Francia e Germania (con la convergenza dell’Italia) hanno segnato un primo reale riposizionamento politico-industriale dell’Unione europea: l’asse Parigi–Berlino spinge a superare il bando dei motori termici 2035 in nome della “neutralità tecnologica” (uno dei temi battuti da Giorgia Meloni in questi anni) trasformando per l’automotive europeo un vincolo percepito come tagliola in una finestra di flessibilità contro la pressione concorrenziale cinese e la trappola ideologica del verdismo irresponsabile. Merz e Macron sono saliti a bordo dell’auto meloniana per salvare le loro industrie (di cui Stellantis è un pilastro per Parigi). Altro totem green in via di sgretolamento: il sistema ETS, divisivo e costoso, fonte di d’imprese e perdita di competitività (leggere i report di Confindustria per farsi un’idea). L’evidenza operativa è una discontinuità culturale: Stellantis accoglie l’intesa, la Germania accredita l’Italia come sostanzialmente allineata, e si apre una trattativa per non fratturare la cooperazione europea sul sistema delle quote ETS. La posta in gioco è doppia: industrialmente, l’Europa cerca di ridurre la distanza competitiva (di prezzo e a questo punto perfino tecnologia) con i produttori cinesi e abbattere l’effetto costo della politica green (raffinerie chiuse, balzo del prezzo dei carburanti); politicamente, si fa strada l’idea che la linea di Meloni e del centrodestra—neutralità tecnologica, abbattimento dei “totem” verdi — alla fine, pur con molta fatica (dietro c’è la pressione della sinistra brussellese) stia prevalendo. Gli effetti non saranno immediati, ma l’industria (forse) può immaginare un futuro di rilancio e non di chiusure delle fabbriche. In campagna elettorale, l’ecologismo insostenibile sarà un bersaglio di Meloni “contro il declino” dei progressisti. C’è tempo per incassare flessibilità e altre soluzioni sull’energia, non si vota domani, come diceva Giancarlo Giorgetti all’inizio della legislatura, non sono i cento metri, è una maratona. Vince chi ha fiato, fino alla fine della corsa.
(photo credit: Giorgia Meloni/Fb)
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