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“Un profeta dall’erotismo Dannunziano”: così per una sera la destra prova a prendersi Pasolini

Politica“Un profeta dall’erotismo Dannunziano”: così per una sera la destra prova a prendersi Pasolini

ROMA – “Un poeta maledetto. Dannunziano. Un profeta”. La destra riassetta il Pantheon e prova a infilare, tra Marinetti e Prezzolini, Pier Paolo Pasolini. “Un grande intellettuale di tutti”, dice il presidente del Senato Ignazio La Russa. Non chiamatela “appropriazione culturale”, è un nuovo studio approfondito dello scrittore e regista. Con toni, a tratti, estatici: “Un poeta che diventa profeta”, lo canta Alessandro Amorese, deputato di FdI.

Per un paio d’ore nella sala Koch di palazzo Madama va in scena ‘Pasolini conservatore’, convegno organizzato dalla Fondazione Alleanza nazionale. Professori, scrittori, esperti di cinema, politici. La seconda carica dello Stato è la ciliegina sulla torta. Tutti a raccontare quanto, tutto sommato, Pasolini non stoni nel salotto buono della destra. Con toni che, per un pelo, non diventano fantozziani: “È un bel direttore, un santo, un apostolo!”.

Si comincia un po’ in ritardo perché pochi metri più in là, in aula, la maggioranza ha pasticciato sul consenso informato. Doveva essere approvato oggi e invece finisce rispedito in commissione, con buona pace delle tante senatrici che vanno avanti e indietro in Transatlantico colorate di rosso. Una giacca, un paio di scarpe, una gonna, una semplice coccarda per la Giornata contro la violenza sulle donne.

Mentre in aula la storia si ferma, nella sala Koch si riavvolge nel passato. La Russa, che doveva concludere, preferisce introdurre. Parla della “spocchia” della sinistra che si è presa Pasolini e non vuole condividerlo, come invece lui farebbe serenamente per gli inquilini del suo Pantheon: “Papini, Prezzolini, Marinetti, Mameli, Adriano Romualdi, D’Annunzio. Potrei elencarne per due ore…”. Ricorda che Pasolini “nel ’49 fu cacciato dal Pci per indegnità morale, mentre il Movimento sociale non ha mai cacciato un omosessuale”. Gli piacciono la sua “critica alla modernità, l’amore per la vita contadina e le sue tradizioni”. Poi, si siede in prima fila e ascolta.

Francesco Giubilei, direttore del comitato scientifico della Fondazione An esordisce così: “A sinistra c’è intolleranza nei confronti del dialogo e del confronto, mentre noi con questo incontro intendiamo la cultura come libertà”. Antonio Giordano, deputato di Fratelli d’Italia e vicepresidente della Fondazione An, si fa zen per sintetizzare la complessità del soggetto al centro del convegno: “Vorrei iniziare da un’immagine che conosciamo tutti: il simbolo zen dello yin e dello yang, dove due forze diverse non si respingono, ma si intersecano, si avvolgono, si compenetrano. La parte marcatamente marxista di Pasolini contiene intuizioni conservatrici. Le sue intuizioni conservatrici non cancellano la sua identità marxista. È questo intreccio, questa intersezione, che rende la sua voce così unica nella cultura italiana”.

Per Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura della Camera, “Pasolini è stato un intellettuale irregolare e libero, un ‘prisma’ che ha saputo cogliere, prima di tutti, le problematicità del consumismo, della globalizzazione e delle deformazioni della contemporaneità”. Alessandro Amorese, deputato di FdI ed editore, ricorda con che “musica e poesia” Pasolini parlò dell’Italia “popolare e profonda, delle sue tradizioni. Un poeta che diventa profeta”. Con gli scarpini ai piedi: “Ha fatto il calciatore, ma oggi proverebbe vergogna per il calcio”. Ecumenico, non ha dubbi: “Pasolini va oltre tutti i Pantheon”.

Se il professore Paolo Armellini (Sapienza di Roma) lo ricorda “poeta maledetto”, Gabriella Buontempo, presidente della Fondazione Centro sperimentale di cinematografia nominata dal ministro Giuli, si sofferma sulla filmografia di Pasolini tutt’oggi “di grande attrattiva nel mondo giovanile e anche all’estero”.

Andrea Di Consoli, scrittore e critico letterario, alza il livello di lirismo. “Pasolini aveva un’attrazione animalesca per il sacro, un divo che cavalcava la modernità, dannunziano per postura ed erotismo”. Più “reazionario” che “conservatore” a suo avviso, che odiava il fascismo, inteso come “potere che umilia gli indifesi”. Ricorda il film ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma’ e calca la mano sull’avversione al regime mussoliniano e ciò che ne derivò, fino a prendersi un richiamo dalla moderatrice Annalisa Terranova: “Non stiamo parlando di fascismo, ma di Pasolini”. Di Consoli, però, si spinge più in là, interpretando in maniera poco ortodossa la poesia su Valle Giulia, pietra fondativa del Pasolini “di destra”. Lì, dice lo scrittore, “Pasolini non difendeva la divisa in quanto tale, ma difendeva i ragazzi in quanti figli del proletariato, era una presa di posizione istintiva. Il suo obiettivo non era annullare o sminuire le manifestazioni”.
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