ROMA – Nel sud del Libano, nelle zone più prossime alla frontiera con Israele, “per gli sfollati non è più possibile tornare: tantissimi stanno tornando indietro”. La testimonianza all’agenzia Dire arriva da Paolo Ferrara, direttore generale di Terre des Hommes Italia, organizzazione presente in Libano dal 2006. Il responsabile parla da Beirut, dove la Fondazione assiste le migliaia di profughi fuggiti dagli attacchi e dagli ordini di evacuazione di Israele a partire dal primo marzo. Tra di loro, “non appena è scattato il cessate il fuoco del 17 aprile, in tanti hanno provato a tornare indietro, per scoprire che la loro casa è stata rasa al suolo e che la tregua, almeno laggiù, in realtà non c’è. Ci hanno mostrato i video delle macerie e raccontato di aver sentito le bombe cadere, mentre i droni armati ancora sorvolano i cieli, soprattutto nelle zone di confine e fino al fiume Litani prosegue una situazione di insicurezza”. A circa dieci chilometri dalla frontiera, Israele prosegue anche le operazioni di demolizione, per creare una fascia di sicurezza per il nord di Israele. Nei fatti, però, migliaia di libanesi “hanno perso tutto e sanno di non avere più niente ad attenderli. Perciò, non sanno cosa sarà del loro futuro. Quel che è certo, è che non potranno tornare nelle zone d’origine a breve”.
Questa situazione acuisce l’incertezza a cui sono condannate le famiglie sfollate: “A Beirut- continua Ferrara- sono ancora visibili le tende dei profughi o rifugi posticci fatti con teli di plastica, nelle strade, nei garage o nei cortili”. Il governo ha aperto decine di “shelter”, case d’accoglienza, ma non bastano a ospitare il milione e duecentomila sfollati, molti dei quali, continua Ferrara, “dopo l’ordine di evacuazione dell’esercito israeliano, hanno avuto solo mezz’ora per abbandonare tutto e fuggire: hanno potuto prendere poche cose, a volte non hanno neanche potuto ritirare del denaro”. Questo impedisce ad esempio di affittare un appartamento. “Gli insediamenti informali poi- avverte ancora il direttore generale- non hanno punti per l’acqua potabile, o per ricaricare i cellulari, né bagni chimici”. Ferrara conferma che la solidarietà delle comunità è costante – c’è chi mette a disposizione cibo, una toilette o la lavatrice – ma la presenza degli sfollati dal sud pone un doppio rischio: “Se il cessate il fuoco non reggerà, il rischio che i bombardamenti vadano a colpire i profughi è forte, così come il fatto che le comunità ospitanti vedano i profughi come un pericolo e che quindi decidano di allontanarli”.
La società libanese è profondamente divisa lungo linee religiose e la politica di Israele, tesa a colpire i musulmani sciiti poiché presunti “affiliati” di Hezbollah, accentua eventuali tensioni, che sono state in passato anche la scintilla di una guerra civile. Ferrara vede tale divisione nella “sensazione di irrealtà” che si respira a Beirut: “da un lato, quartieri intatti”, come quelli a maggioranza cristiana, altrove invece “palazzine sventrate”, in particolare nei quartieri meridionali, bombardati a tappetto da Israele poiché a maggioranza sciita. Un “equilibrio fragile”, continua il direttore generale di Terre des Hommes, “dove i nuovi profughi vanno anche ad aggiungersi ad altre comunità di rifugiati, come quella storica palestinese o quella siriana”. La vita dunque “sembra scorrere normale ma poi vedi la gente accampata ovunque, gli shelter pieni. Servirebbero nuovi centri d’accoglienza”.Terre des Hommes a Beirut ha dovuto interrompere i programmi educativi per i minori e di prevenzione della violenza di genere per dare assistenza alle famiglie nei centri d’accoglienza: “Offriamo 1200 pasti al giorno, ma i numeri sono esorbitanti. Forniamo anche kit igienici e assistenza psicologica e psicosociale, in particolare per bambini e ragazzi. Inoltre manteniamo una presenza nel sud”. Ma neanche per le organizzazioni umanitarie il lavoro è semplice, sottolinea Ferrara: “Siamo in attesa di autorizzazioni per dei corridoi sicuri, per portare gli aiuti alle comunità”.
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