Una recensione dello spettacolo di Alan Lucien Øyen a Torinodanza
Torino, 26 ott. (askanews) – La danza contemporanea è uno di quegli ambiti che hanno ancora la forza di raccontare il presente con lucidità, ma attraverso una dose di mistero, una sorta di riduzione delle informazioni che, grazie ai corpi e alla loro interazione con il pubblico, genera una chiarezza che è ulteriore, proprio perché sfocata e difficile da afferrare in tutte le sue componenti. È noto che Walter Benjamin ha teorizzato che la riproducibilità tecnica delle opere d’arte ha eliminato la loro aura, ma è anche altrettanto esperibile che la danza, pur nella riproducibilità delle coreografie, trova il modo di farla riemergere, questa aura, come da una nebbia emotiva collettiva, e ci conduce a forme di visione che si avvicinano, per quanto possibile, al mito impossibile della verità, almeno per quanto riguarda il nostro stare davanti a un’opera d’arte. Il ragionamento vale, ovviamente, anche per molte forme di arte contemporanea performativa o relazionale, che però la danza in qualche modo già comprende in sé, configurandosi come una sorta di “super-arte” del presente o, come dice la direttrice del festival Torinodanza, Anna Cremonini, può essere definita “l’arte del XXI secolo”. E proprio per la chiusura di Torinodanza 2022, alle Fonderie Limone di Moncalieri, è andato in scena lo spettacolo “Story, Story, Die.” dell’artista norvegese Alan Lucien Øyen. Un’opera totalizzante, che unisce la danza – spesso nelle sue movenze più classiche, con i performer che si muovono in più momenti sulle punte – a un testo che fa da narrazione esterna, una forma di letteratura aumentata che si nutre dei frammenti di storia – i “take”, le scene – che vengono portate sul palcoscenico in forma incompleta, interrotta, sospesa. E da queste interruzioni, da queste sospensioni improvvise, che svelano, nella voce del supposto “regista” che da il segnale di “Stop”, la trama di finzione del racconto scenico; proprio da tutto questo deriva una fortissima e incontenibile sensazione di realtà dello spettacolo. Una prova del fatto che la nostra esperienza quotidiana può trovare una traduzione, e che traduzione, nell’arte, senza perdere la sua presenza. In certi momenti si ha la sensazione di essere scivolati dentro un romanzo come “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, che raccoglieva gli inizi di dieci romanzi senza mai svilupparne uno, ma – al tempo stesso – creava un nuovo modello di romanzo. “Story, Story, Die.” fa qualcosa di simile, apre molte porte le lascia sospese sui corpi e le parole dei danzatori, permettendoci così di guardare oltre la soglia. Sarebbe bello poter scrivere, se non fossimo così consapevoli del ruolo del postmoderno, guardare la cosa in sé. È qui che si percepisce l’aura di Benjamin ed è qui, in questo non risolto, che lo spettacolo si risolve. Ci sono molti altri elementi, ovviamente, ci sono frasi che ritornano come “I Like You”, che fanno pensare alla vita al tempo del consenso pubblico dei social network, che però spero poggia su un mare di odio, che emerge nello spettacolo, negli scatti d’ira, nel desiderio di possesso totale tipico delle relazioni tossiche. Tutto appare e scompare, mentre i performer danzano e parlano e, questo è il punto, vivono sul palcoscenico. E poi la musica, spesso sdolcinata (ma a un certo punto viene un pensiero inquietante, ossia che a essere sdolcinata sia anche la violenza, e ancora una volta tutte le sensazioni e i pensieri si ricombinano, in un certo senso). I performer, ovviamente, su quella musica si muovono, danzano, la sfruttano a dovere, anche con astuzia, così come sfruttano i suoni, in modo molto cinematografico o, meglio, da serie tv o addirittura da story su Instagram: spari, voci in falsetto, rumori d’ambiente. Ma dicevamo della musica: un’altra delle magnifiche distorsioni create dallo spettacolo di Øyen prende a un certo punto, verso la fine, in un momento di grande intensità scenica ed emotiva, la forma di un pensiero che non ha nessuna possibilità di essere verificato, ma che si presenta con forza. Ed il pensiero è che la musica non sia la colonna sonora dello spettacolo che stiamo vedendo, bensì quella di un film più ampio, nel quale il pubblico è attore e quella musica è fatta proprio per accompagnare i nostri volti ripresi in sala, mentre guardiamo uno spettacolo di danza a Torinodanza una sera d’autunno particolarmente calda del 2022. Come se fosse semplicemente la colonna sonora della nostra realtà dentro il set che lo spettacolo sembra creare per i performer, ma che in realtà è il palcoscenico del mondo. Il gioco del mondo. Sempre e per sempre. (Leonardo Merlini) continua a leggere sul sito di riferimento