Saggio edito da Rubbettino, nove proposte per tentare di battere il declino delle nascite

Roma, 31 gen. (askanews) – In meno di 10 anni l’Italia ha perso quasi 2 milioni di abitanti. Nel Bel Paese i decessi hanno superato le nascite di 300.000 unità l’anno anche perché da noi nascono la metà dei bambini che in Francia. Oggi abbiamo 7,5 milioni di studenti, fra 10 anni saranno solo 6 milioni. Infine, in vaste aree di alcune Regioni, come la provincia di Oristano in Sardegna, non si parla più di spopolamento ma di desertificazione. Insomma, i segnali d’allarme sull’inverno demografico italiano si moltiplicano. Eppure il tema non è nella top ten del dibattito pubblico di un Paese malinconico, come sottolinea il Censis, e che pare incapace di produrre pensieri lunghi sul proprio futuro.

Per tentare di scuotere l’opinione pubblica arriva un saggio, “La trappola delle culle”, edito da Rubbettino, scritto con uno stile agile e diretto da due giornalisti: Luca Cifoni e Diodato Pirone. Il libro si distingue essenzialmente per una ragione: oltre all’analisi individua nove proposte sulle quali agire per tentare di battere il declino delle nascite.

È fuor di dubbio che la debolezza di servizi pubblici e di incentivi statali alla famiglia ostacolino la natalità. Tuttavia la portata del fenomeno in Italia è così ampia che per uscire dalla trappola demografica i soldi non bastano più e bisogna esserne consapevoli. I temi da affrontare con urgenza sono due. Primo: numericamente i giovani italiani in grado di mettere al mondo bambini sono troppo pochi per invertire il crollo delle nascite. Ogni anno le italiane fra i 15 e 50 anni diminuiscono di 200.000 unità. Secondo: nel nostro Paese le donne partoriscono per la prima volta in media a 31 anni e mezzo. È l’età più alta d’Europa e questo significa che troppo spesso le coppie si fermano a un figlio contro i tre figli delle famiglie francesi.

Che fare dunque? Le prime due leve sulle quali agire sono l’immigrazione guidata di famiglie giovani (e non più di soli uomini) con l’obiettivo di mantenere aperte le scuole e l’anticipo a 5 anni dell’ingresso dei bambini alle elementari nonché un rilancio professionale delle lauree brevi per consentire a un maggior numero di giovani coppie di avere figli prima dei 30 anni. Il terzo elemento sul quale operare è quello delle imprese: vanno premiate quelle, anche piccole, che con il proprio welfare aziendale aiutano a conciliare vita e lavoro dei dipendenti.

Non si tratta di un libro dei sogni perché altri paesi europei come la Germania e la Svezia stanno uscendo dal loro declino demografico. In Italia la natalità sta risalendo in due Province autonome: Trento e Bolzano. Entrambe le amministrazioni da un dozzina d’anni in qua stanno attuando politiche pro-natalità in modo sistematico basandosi sulla riscoperta del territorio (asili nido diffusi, case a basso prezzo, premi alle imprese pro-natalità, aiuti alle giovani coppie con almeno due figli) più che su incentivi economici. Il modello di Trento e Bolzano va diffuso nel Paese, in particolare fra gli amministratori. Anche perché c’è un fatto che non va dimenticato: se riuscissimo a uscire dalla trappola demografica i vantaggi sarebbero talmente tanti in termini di maggiore sicurezza per le pensioni, per la sanità, e per la vitalità delle nostre imprese e dei nostri territori che si potrebbe persino parlare di un “dividendo demografico”.

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