Dove negli ultimi mesi sono state centinaia le vittime

Roma, 1 feb. (askanews) – Sopravvissuto a quasi un decennio di presenza militare francese, il leader jihadista più ricercato del Sahel, Iyad Ag Ghali, è ricomparso nelle ultime settimane nel Nord-est del Mali dove ha avuto una serie di incontri con notabili locali e con rappresentanti dei gruppi armati firmatari dell’accordo di pace del 2015 per stringere una sorta di “patto di non aggressione” e concentrare l’offensiva contro l’organizzazione Isis.

Tuareg maliano della tribù Ifoghas, il leader del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Jnim) affiliato ad al Qaida, sulla cui testa pende una taglia Usa di cinque milioni di dollari, era stato visto per l’ultima volta nel 2020 nella regione di Menaka, nell’est del Paese al confine con il Niger, in occasione dello scambio di prigionieri con l’ostaggio francese Sophie Petronine. Dopo il ritiro delle forze francesi, lo scorso anno, Ag Ghali è riapparso quindi una prima volta il 23 gennaio scorso, quando sui social media è stata pubblicata una sua foto che lo ritrae insieme a “notabili” delle tribù Azawad nell’est di Menaka, dove avrebbe cercato di reclutare forze. Nei giorni successivi avrebbe quindi avuto incontri a Djounhane, a una quarantina di chilometri da Kidal, a nord di Menaka, con i gruppi armati firmatari dell’accordo di Algeri del 2015 con lo Stato maliano, con l’obiettivo di unire le forze contro il gruppo Stato islamico nel Grande Sahara (Iswap), senza stringere un’alleanza formale.

Stando a quanto riferito da diverse fonti all’emittente francese Rfi Afrique, Ag Ghaly avrebbe infatti incontrato “emissari del Csp” (Quadro strategico permanente, ndr) che riunisce i gruppi armati del Nord, a cui avrebbe chiesto di concentrare i loro sforzi contro il gruppo Isis, da quasi un anno attivo nel nord-est del Mali, principalmente nella regione di Menaka. “Iyad non vuole allearsi con il Csp, i movimenti armati non gli interessano, ma vuole la certezza che il Csp non prenda di mira il Jnim”, ha dichiarato una fonte. Niente alleanza quindi, ma una sorta di temporaneo patto di non aggressione per concentrarsi contro il nemico comune di turno, ossia Iswap, accusato di massacri di civili, con le comunità locali che denunciano oltre 900 morti in pochi mesi.

Il Csp ritiene il gruppo Isis la più grande minaccia per le popolazioni del Nord del Mali, tanto da aver fissato per il 10 febbraio un incontro a Kidal per definire una strategia di difesa comune e gli ambiti di collaborazione militare tra i vari gruppi armati.

Nei giorni scorsi, il rappresentante speciale delle Nazioni Unite per il Mali, El-Ghassim Wane, ha riferito al Consiglio di sicurezza di una situazione di sicurezza “complessa, in particolare nel nord-est del Paese dove si combattono Jnim e Stato islamico, con un terribile impatto sulla popolazione civile”. A causa delle attività dei gruppi estremisti in questa regione alla frontiera con Burkina Faso e Niger, dove è scarsa la presenza delle forze armate maliane, il numero di sfollati interni cresce: a dicembre erano circa 412.000. E, in tutto il paese sono 8,8 milioni le persone che necessitano di assistenza umanitaria, pari a un aumento del 17% dall’inizio del 2022.

Le condizioni di sicurezza si sono aggravate nel corso del 2022, segnato dal ritiro della missione militare francese Barkhane annunciato da Parigi dopo la decisione della giunta militare al potere a Bamako di ricorrere al sostegno del gruppo paramilitare russo Wagner nella lotta al terrorismo e di rafforzare i rapporti con Mosca. Tanto che nei prossimi giorni è atteso nella capitale maliana il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov. (di Simona Salvi)

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