ROMA – La guerra di Usa e Israele contro l’Iran sta comportando un elevato costo umanitario anche per i palestinesi della Cisgiordania occupata: qui da sabato, il giorno stesso in cui è iniziato l’attacco israelo-americano, “la situazione si è fatta caldissima, con la chiusura immediata dei valichi nell’area B e C in Cisgiordania e l’intensificarsi degli attacchi dei coloni contro la popolazione palestinese. Per i primi due giorni sono inoltre state bloccate le forniture di carburante”. Ne parla con l’agenzia Dire Denny Castiglione, coordinatore del progetto Mediterranea With Palestine dell’ong Mediterranea Saving Humans.
Il resoconto dell’operatore umanitario conferma alcune notizie di stampa che riferiscono di un’escalation di attacchi dei coloni israeliani nella Cisgiordania occupata in concomitanza con lo scoppio della guerra in Medio oriente e la conseguente attenzione dei media internazionali concentrata sui principali scenari di conflitto.
Fonti locali e intarnazionali, tra cui l’agenzia palestinese Wafa e il Washington Post ieri riferivano l’uccisione di due fratelli di 25 e 48 anni – Muhammad e Fahim Taha Muammar – a Qaryut, villaggio a sud di Nablus. I testimoni hanno raccontato che un gruppo di coloni avrebbe assaltato il villaggio con fucili e spranghe di ferro, aprendo il fuoco sui residenti. I due fratelli sono deceduti per i colpi alla testa e al bacino.
Diversi anche i feriti. Middle East Monitor ricorda che dallo scoppio della guerra a Gaza del 7 ottobre 2023, in Cisgiordania si contano 1.100 palestinesi uccisi, altri 11.700 feriti e 22mila arresti.Dal 2024 Mediterranea è presente in particolare nell’area di Masafer Yatta per fare interposizione nonviolenta nonché documentare le violazioni dei diritti umani, tra cui anche demolizioni di case e approprazione di terreni. Un report dell’ong – il secondo dal lancio del progetto – uscirà entro marzo. Ma le difficoltà sono tante: “Siamo ospiti non graditi, Israele non vuole che siamo osservatori di questi crimini” riferisce il coordinatore. Nei giorni scorsi infatti l’organizzazione ha denunciato che le autorità israeliane hanno revocato a quattro suoi attivisti l’Eta (Electronic Travel Authorization).
Si tratta dell’autorizzazione obbligatoria per entrare in Israele e nei Territori palestinesi occupati per i cittadini provenienti da Stati esenti da visto, inclusi l’Unione Europea e gli Stati Uniti. “Il messaggio è chiaro”, sostiene Castiglione, “gli osservatori internazionali sono i primi a dover essere allontanati”. Un problema a cui si aggiunge ora l’interruzione dei voli a causa della guerra: “Al momento abbiamo una sola operatrice sul campo, gli altri che avrebbero dovuto raggiungerla sono rimasti a terra”.
Più in generale, le violenze che i palestinesi subiscono quotidianamente secondo Castiglione sono anche in linea con “la legge varata a febbraio da Israele, che ora gli consente di acquisire terreni palestinesi”, una pratica vietata dal diritto internazionale. Israele, continua l’operatore di Mediterranea, “sta cancellando la Cisgiordania occupata, i suoi confini non esistono più”. Difficile, se non impossibile, immaginare un futuro Stato di Palestina. Secondo l’operatore, “gli attacchi dei coloni sostenuti dalle forze israeliane si sommano a strade bloccate e interruzioni gravi di servizi: si taglia acqua, luce, cibo. La gente non può andare al lavoro né i bambini a scuola.
Questo costringe le famiglie ad andare via e, non appena i villaggi si svuotano, arrivano i bulldozer. Israele sta cancellando interi villaggi nel silenzio generale, perché mediaticamente fa più rumore una bomba su Gaza”. E in questi giorni si aggrava anche il rischio di subire gli attacchi iraniani: “E’ surreale che Israele mandi di continuo alert e avvisi ai propri cittadini a correre nei rifugi antiaerei, che però sono accessibili solo agli israeliani, mentre i palestinesi restano fuori”. E, chiediamo, i palestinesi non possono costruirne? “In aree come Hebron o Masafer Yatta- replica il coordinatore progetto- ai palestinesi non è consentito edificare neanche un muro, figuriamoci un rifugio”. Castiglione conclude: “E’ l’ennesima discriminazione arbitraria che conferma il regime di apartheid”.
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