ROMA – Certe parole, a distanza di anni, fanno più rumore di una sconfitta. Nel 2014, subito dopo l’eliminazione dal Mondiale in Brasile, il giornalista di Sky Fabio Caressa disse qualcosa che oggi suona meno come un’analisi e più come una sentenza: “Il sistema non funziona e se non cambia prepariamoci a vivere i prossimi dieci anni così”. L’Italia in quel Mondiale uscì ai gironi, in quella che almeno fino al 2030 sarà l’ultima partecipazione dell’Italia alla competizione mondiale.
Dodici anni dopo, eccoci qui. L’Italia cade ancora ai gironi di qualificazione. Stavolta contro la Bosnia, in una partita che pesa come un macigno nella corsa ai Mondiali. Ma il risultato, in fondo, è solo l’ultima pagina di una storia già scritta. Perché quella di Caressa non era una provocazione. Era una diagnosi.
IL PROBLEMA NON È LA PARTITA, È TUTTO IL RESTO
Si tende sempre a cercare un colpevole immediato: l’allenatore, i giocatori, la formazione sbagliata. Ma la verità è più scomoda. È che questa Nazionale non nasce oggi. Non nasce nemmeno ieri. Nasce da anni di scelte sbagliate, da un sistema che ha smesso di produrre talento e ha iniziato a selezionarlo male. “Non abbiamo più giocatori di qualità secondo voi in Italia? E possibilmente, improvvisamente, ci siamo dimenticati come si gioca a pallone?- dice Caressa- Per esempio nelle scuole calcio secondo voi insegnano come insegnavano a Billy Costacurta come si tiene l’uomo come si marca? No, nelle scuole calcio se sei grosso ti metto dentro, se sei piccolo giochi con quelli non bravi. Vedete è il sistema che non funziona. O lo cambiamo adesso oppure prepariamoci ad avere altri dieci come gli ultimi otto anni”.
UNA GENERAZIONE SENZA RIFERIMENTI
La sconfitta con la Bosnia non è solo un passo falso. È l’ennesimo segnale di una Nazionale che non riesce più a costruire un immaginario. Un tempo in Italia i bambini crescevano con gli idoli, con le notti d’estate, con le partite viste insieme alla famiglia, agli amici, allo sconosciuto che abbracciavi per strada dopo una vittoria. Non hanno vissuto il silenzio irreale di Pasadena dopo quel rigore sbagliato di Roberto Baggio, né le lacrime di Franco Baresi. Non sanno cosa significa trattenere il respiro mentre Fabio Grosso scrive la storia. E non hanno mai sentito, sulla pelle, quel brivido della voce del telecronista che urla: “Il cielo è azzurro sopra Berlino”. Oggi invece cresce una generazione che il Mondiale lo guarda senza l’Italia.
come spiegarlo a voi che non avete mai assistito ad una cosa del genere 🇮🇹♥️#BosniaItalia pic.twitter.com/b86MVRpsk9
— ѕ.🌹/ 𝚕𝚊 𝚖𝚎𝚝𝚊 𝚗𝚘𝚗 𝚎' 𝚞𝚗 𝚙𝚘𝚜𝚝𝚘🫀 (@__sonosara) March 31, 2026
L’ILLUSIONE DI BERLINO E IL VUOTO DOPO
Nel mezzo c’è stata la vittoria dell’Europeo nel 2021. Un lampo, bellissimo. Ma isolato. Perché dietro non c’era una struttura solida, ma un equilibrio fragile. E infatti, passato quel momento, i problemi sono riemersi identici: difficoltà a produrre talento, a valorizzarlo, a competere con continuità. Esattamente quello che era stato previsto da Caressa dodici anni fa.
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