ROMA – “Gli stupri in Darfur avvengono ogni giorno e non hanno genere o età: sappiamo di violenze su bambine e donne ma anche uomini e ragazzini. E lo stigma è fortissimo: i sopravvissuti vengono marginalizzati dalla famiglia e dalla comunità, molte donne ci hanno raccontato che i mariti hanno chiesto il divorzio, lasciandole ancora più fragili e sole”. Gloria Endreo è ostetrica di Medici senza frontiere (Msf), l’organizzazione che stamani in una conferenza stampa in diretta straeming ha presentato l’ultimo rapporto ‘C’è qualcosa che voglio dirti…’: Sopravvivere alla crisi della violenza sessuale nel Darfur’, elaborato sulla base di dati medici e testimonianze raccolte in Sudan, che il 15 aprile entra nel suo quarto di guerra. Lo studio evidenzia chiari schemi di abusi diffusi e sistematici a sfondo sessuale da parte dei paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) e delle milizie loro alleate.
ENDREO: “A TAWILA L’UNICO CENTRO MEDICO CON CURE E SOSTEGNO PER QUESTE VITTIME”
Msf fa sapere che tra gennaio 2024 e novembre 2025, almeno 3.396 sopravvissuti a violenza sessuale – di cui il 97% donne e ragazze – si sono rivolte alle strutture supportate dall’organizzazione nel Darfur settentrionale e meridionale per ricevere cure. Tra dicembre 2025 e gennaio 2026 – dopo la brutale conquista di El-Fasher, la capitale del Darfur settentrionale, da parte delle Rsf del 26 ottobre precedente – Msf ha individuato altre 732 sopravvissute nei campi profughi intorno a Tawila, la città che ha accolto le migliaia di sfollati in fuga. Continua Endreo: “A Tawila c’è l’unico centro medico con cure e sostegno disponibile per queste vittime. Ma oltre a queste 732 persone siamo certi che ce ne siano ancora tantissime là fuori che non sanno che possono ricevere servizi sanitari e raccontare. Per questo Msf ha lanciato un modello basato sulle comunità, per creare consapevolezza sui servizi disponibili”. Tuttavia, “è molto difficile raccontare di aver subito stupri e rivivere quei momenti brutali- dice Endreo, soprattutto per gli uomini”, a causa dello stigma che colpisce le vittime: “Vengono isolate da famiglie e comunità” e questo diventa “un ulteriore trauma che spinge al silenzio”. L’ostetrica di Msf insiste sulla diffusione del fenomeno: “A Tawila riceviamo tra i dieci a i quindi nuovi sopravvittui al giorno. Ascoltiamo continuamente storie terribili e a lasciare lo studio per asciugarmi le lacrime. In quei momenti noi siamo la lorao unica speranza e dobbiamo fare del nostro meglio per mostrarci forti”.
ENDREO: “IL GRUPPO HA VIOLENTATO IL MARITO DAVANTI A LORO E POI LO HANNO UCCISO”
Tante le storie raccontate nel corso della presentazione del report, ma l’ostetrica sceglie di soffermarsi su quella di una donna: “Stava fuggendo da El-Fasher con il marito e i loro bambini quando i miliziani li hanno trovati. Il gruppo ha violentato il marito davanti a loro e poi lo hanno ucciso. Dopo, hanno stuprato lei, lasciandola infine andare via coi figli. Per giorni la famiglia ha dormito all’agghiaccio fuori Tawila, senza cibo né assistenza, prima di raggiungere il nostro centro”. Msf avverte infatti che i sopravvissuti hanno descritto episodi di violenza sessuale non solo durante i combattimenti, ma anche in contesti quotidiani – sulle strade percorse per sfuggire alle violenze, nelle vie d’accesso alle fonti idriche o ai servizi igienici, nelle campagne dove le famiglie coltivano il cibo, nei mercati e nei campi per sfollati. Uomini armati sono responsabili della maggior parte delle aggressioni – oltre il 95% nel Darfur settentrionale, mentre nel Darfur meridionale quasi il 60% dei casi ha visto il coinvolgimento di più aggressori. Ancora qui, il 34% delle persone sopravvissute ha subito aggressioni mentre lavorava nei campi o si recava nei terreni agricoli, il 22% mentre raccoglieva legna da ardere o era in ricerca di acqua o cibo. Tra loro, anche bambini: un sopravvissuto su 5 aveva meno di 18 anni, tra cui 41 bambini di età inferiore ai 5 anni.
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