ROMA – Si chiamavano Amir Ali Mirjafari e Mehdi Farid i cittadini iraniani giustiziati tra ieri e stamattina in Iran con l’accusa di “spionaggio a favore di Israele”. Lo riferiscono fonti di stampa iraniana che citano a loro volta l’agenzia di stampa Mizan, affiliata al sistema giudiziario della Repubblica islamica. Mirjafari era stato arrestato nel corso delle proteste anti-governative di gennaio con l’accusa di aver tentato di dare alle fiamme la Grande moschea di Qolhaq, a Teheran, oltre ad aver condotto altri atti di vandalismo, nonché di aver guidato le sommosse di quei giorni “per conto del Mossad”, vale a dire i servizi di intelligence estarni israeliani.
Come scrive Iran Wire, per l’accusa l’uomo sarebbe stato “un elemento armato che collaborava con il nemico”. Si tratta dell’ottava esecuzione a morte di un cittadino iraniano arrestato nel quadro delle mobilitazioni di gennaio, che hanno visto milioni di irianiani scendere in strada in tutto il Paese per chiedere un cambio ai vertici di governo e riforme democratiche.
A migliaia sono stati arrestati, e molti già si troverebbero nel braccio della morte. Ancora i media iraniani riferiscono poi dell’impiccagione di Farid, un uomo arrestato diversi anni fa mentre lavorava per l’Organizzazione per l’energia atomica iraniana. Anche su di lui l’accusa di aver condotto “attività di spionaggio” fornendo ad un agente del Mossad dati sensibili su individui e sugli apparati della Difesa iraniani. Iran International chiarisce che Mizan non ha dato ulteriori prove di tale presunta collaborazione. Inoltre ricorda che la condanna a dieci anni inizialmente stabilita dal giudice è stata successivamente convertita in pena di morte. Sulla sorte di Farid si era già espressa l’Organizzazione iraniana per i diritti umani, che lo aveva definito un “prigioniero di coscienza”.
Vari organismi per i diritti locali e internazionali avvertono che l’Iran sta accelerando non solo gli arresti, ma anche le esecuzioni capitali non solo in seguito alle proteste anti-governative di gennaio, ma anche dall’offensiva israelo-statunitense del 28 febbraio. Le stesse organizzazioni avvertono di processi-farsa, negazione del diritto alla difesa, abusi e torture in carcere e di confessioni estorte con l’uso della forza. La tesi è che le autorità impieghino l’accusa di spionaggio per conto del governo di Tel Aviv per eliminare voci critiche, come manifestanti, attivisti e difensori dei diritti e persino minori.
Secondo Amnesty International, nel 2025 ben 1.639 persone sono state mandate a morte. Nell’ambito della decennale ostilità tra Israele e Iran, Teheran accusa Israele di azioni volte a ottenere segreti sull’apparato di Difesa iraniano, nonché contatti con oppositori interni per sobillare la popolazione a ribellarsi e rovesciare la Repubblica islamica. Attività che, negli anni, diversi vertici del governo israeliano hanno confermato, anche nei fatti: dal 28 febbraio sono stati uccisi numerosi vertici politici e militari iraniani in attacchi mirati dell’e forze israelo-statunitensi, a partire dalla guida suprema Ali Khamenei. Inoltre, nel settembre scorso, nel quadro della guerra nella Striscia di Gaza, Israele ha rivendicato l’assassinio del capo di Hamas, Ismail Haniyeh, che era avvenuto nel luglio dell’anno precedente. Quest’ultimo si trovava ospite delle autorità iraniane a Teheran e su di lui pendeva un mandato d’arresto della Corte penale internazionale.
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